Se non ora quando?

Intervista a Federico Bertoni, professore ordinario di Teoria della Letteratura

Durante questo periodo di altalena tra il comodo divano di casa e tra i pochi e meno accoglienti posti nelle aule, con una emergenza sanitaria che sembra ormai lontana ma ancora pesa sulle nostre giornate, ci siamo chiesti cosa significhi ritornare in università, intesa come spazio fisico di studio, di lavoro, di rapporto con i docenti e condivisione con altri studenti. Lo abbiamo chiesto a Federico Bertoni, professore ordinario del Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica, dopo esserci imbattuti in un suo articolo a tema “Se non ora, quando? Quattro punti per l’università”.

La prima domanda che ci sorgeva spontanea è quale sia stata per lei la differenza fra presenza e online

Due esperienze imparagonabili, poi col tempo ci si abitua a tutto. Si parla spesso di e-learning, ma quello che è stato fatto per l’emergenza non vi ha nulla a che fare. I corsi sono stati trasferiti in toto online. Per quanto riguarda l’esperienza, evitando i romanticismi, durante la lezione si crea una certa atmosfera un’empatia strana in quell’aula con gli studenti. Si capisce quando sono stanchi, quando si infervorano per un certo argomento…

Cosa vuol dire insegnare in università in questo momento storico?

Tutte queste decisioni sono state prese dall’alto, ma c’è una comunità che vorrebbe prendere parola per contestare alcune scelte fatte, in particolare questa formula mista, che ritengo una cosa molto pericolosa. Ora la logica sembrerebbe quella di istituire, rendere stabile questa formula blended (mista ndr.). Cosa c’entra con l’insegnamento oggi? C’entra con le trasformazioni che l’insegnamento ha subito in Italia negli ultimi vent’anni. Sono le trasformazioni in senso neoliberale, ovvero verso un’università sempre più governata dalle forme del capitalismo, per cui gli studenti sono considerati clienti e l’università un’azienda fornitrice di servizi. Insegnare oggi significa fare i conti con questo sistema qua, che secondo me penalizza molto la qualità dell’insegnamento e della ricerca.

Ma cosa vuol dire fare i conti con questo sistema, adattarsi o opporsi?

In gran parte i docenti si sono adattati, alcuni di noi si sono opposti in modo donchisciottesco, perché sono trasformazioni che coinvolgono tutto un sistema di servizi pubblici. Non c’è mai stata una politica seria per il diritto allo studio, perché la logica è sempre più quella dei paesi anglosassoni dove gli studenti laureati devono colmare il debito monetario contratto durante gli anni di istruzione. Io credo ancora in un sistema pubblico, in un’università pubblica, aperta, che garantisce il sapere a tutti. Il pericolo che vedo nel sistema blended è che si istituisca un canale di formazione privilegiato, per chi può permettersi di abitare in questa o quella città, mentre gli altri rimarranno al proprio paesello e questo sarà un enorme problema sociale. Cosa bisognerebbe fare? Investire, facendo una politica per lo studio seria, calmierando gli affitti per esempio.

Negli organi universitari era stata proposta l’istituzione di un corso di laurea mista, e la cosa che più premeva nell’approvare o meno la questione era la motivazione di essere i primi in Italia…

Ormai in ambito universitario uno dei valori peculiari è la competizione, cosa distruttiva perché il sapere e la formazione dovrebbero essere un bene comune, non un bene accentrato da rincorrere. La logica è quella di avere il prodotto migliore per attirare una clientela maggiore, ma il sapere non è e non dovrebbe essere un bene monetizzabile. C’è un’altra cosa molto importante, che pochi vedono. Mi fa paura il modo in cui vengono applicate le tecnologie, perché nel momento in cui metti in aula delle videocamere, dei microfoni ambientali, tutto passa attraverso delle macchine, tutto si può elaborare. Il mezzo, i media non sono mai neutrali e il modo in cui usiamo il digitale ora ce lo conferma.

Una cosa che si vede tra gli studenti è che, con la didattica mista, può prevalere la comodità

Questa questione rientra nell’ambito dell’università come azienda: che sia una libera scelta non è convincente; uno studente per non venire a lezione dovrebbe avere delle contingenze motivate, come per esempio una indisponibilità economica, e non dovrebbe scegliere “dal menù” quello che più gli va. E allora cosa possiamo fare? La modalità a distanza elimina una cosa fondamentale, ovvero il rapporto fra studente e studente. Se uno rimane rinchiuso nella sua stanza perde il senso della comunità. L’università non è solo un ennesimo ciclo di studi, ma è anche un’esperienza di crescita, di condivisione, di caffè durante i tempi morti tra le lezioni. Con la modalità on-line passa l’idea, come ho detto prima, che l’università sia un’azienda che vende pacchetti di informazioni e non un luogo in cui, nel bene e nel male, si ha l’opportunità di giocare sé stessi, di conoscere persone, di fare esperienze, di condividere. In questo gli spazi fisici sono insostituibili. Quello che dovete fare voi è stare attenti a tutto. È importante che ci sia presenza, consapevolezza e, se necessario, anche conflitto, è importante che diciate le cose se non vi convincono; l’università è vostra.

Nel suo articolo lei riesce a dare un giudizio sulla totalità della questione; entrando però nel suo campo di insegnamento specifico, come può la letteratura aiutare a maturare un giudizio su ciò che accade intorno a noi?

Da un po’ di anni ho l’ossessione di mettere in relazione le cose che studio e insegno con quello che succede nel mondo in cui viviamo, usando appunto la letteratura come strumento di orientamento. Non sempre ci si riesce. È chiaro che dipende dagli oggetti: per la magistrale quest’anno farò un corso su Don DeLillo, romanziere americano contemporaneo, che offre una lucidissima rappresentazione e descrizione critica della nostra società: dal terrorismo alla guerra fredda, dalla proliferazione nucleare, alla tecnologia, alla diffusione dei virus ecc…offre veramente uno spaccato del nostro mondo visto dalla letteratura. Il mio corso sarà quindi una riflessione sulla realtà a partire dai romanzi di DeLillo. Cerco sempre di posizionare anche il mio discorso: spesso si finisce ad osservare i fenomeni del passato come in un laboratorio, in modo totalmente oggettivo, quasi asettico; invece c’è un rapporto storico tra di noi e il passato, ed anche le domande che noi stessi, per esempio, poniamo ai grandi classici sono condizionate in qualche modo dal mondo in cui viviamo.

di Lorenzo Montaletti e Tommaso Baronio

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