La compagnia dell’anello

«La rottura introdotta da questa epidemia […] mette in discussione idee e rappresentazioni che sembravano solidamente ancorate […] La vita moderna sembra essere strutturata all’opposto dell’idea pascaliana secondo cui “tutta l’infelicità dell’uomo deriva dalla sua incapacità di starsene nella sua stanza da solo” […] L’epidemia ci obbliga a confrontarci al tragico della storia senza scappatoie […] Spetta ad ognuno di noi trarne le dovute lezioni».

Così scrive Jean-Pierre Le Goff, su «Le Figaro».

Il tragico della storia è il tragico della mia storia, che troppo spesso tendo a evitare, con mille impegni e altri mille pensieri, ma da qui, da questa epidemia, ammalati o no, non si scappa.

Da giorni lo avverto, il vuoto. Una solitudine spaventosa che si acuisce quando mi corico sotto le coperte. È una spina, una scheggia nel piede, che duole e non ne vuole sapere di andarsene. Prima di addormentarmi, quando intorno a me ci sono solo buio e silenzio, e siamo io e lei, solamente io e lei, sento la sua voce chiamarmi. Incuriosito mi sporgo per guardarla, e quello che sembrava un taglietto, è in realtà una lacerazione profonda. Neanche una decina di punti ricucirebbero quei due lembi di pelle staccati. Sono spaventato e non so cosa fare. Allora provo a tamponarlo, come ho fatto con tutti gli altri tagli che ho avuto.

Durante il giorno non serve, il dolore non si fa sentire quando c’è rumore intorno a me, o quando ho tanti pensieri che mi balenano in testa, ma di notte, lì sì. Ma non avrà la meglio stasera. Prendo il pc e accendo Netflix, scorro velocemente la home e trovo un film già visto che possa conciliarmi facilmente il sonno.

Tutti i giorni la stessa storia, fino a quando non ha parlato il nostro caro presidente Conte, e non è iniziata la cosiddetta fase 2, l’agognata fase 2. E così dal 18 maggio posso vedere non solo Anna, ma tutti i miei amici.

Con questa bella notizia si apre in me la speranza che lo squarcio possa essere risanato, che rivedere i miei amici per uno spritz in piazza possa guarire questa solitudine orrenda che mi trovo addosso, che io finalmente possa andare a letto sereno.

Allora perché il risultato immediato delle prime visite ad amici e congiunti è rabbia? Non trovo una spiegazione inizialmente, ma poi capisco.

Né Anna, la persona più vicina a me, ai miei desideri e alle mie paure, riesce a colmare questo cratere, né Maio, né Teo, né Isa, nessuno. È come se attorno a questa ferita ci fosse un campo di forze e nessuno potesse avvicinarsi fino in fondo. Mi arrabbio perché nessuno riesce a toccare nel profondo il mio cuore e a portare al mio posto quel peso, che mi fa camminare gobbo. Stiamo insieme, beviamo, ridiamo, mangiamo, corriamo, ma alla fine rimaniamo sempre e solo io e lei.

“La solitudine non ti lascerà mai solo” recita una colonna in via Guerrazzi a Bologna, niente di più vero.

Allora perché usciamo e vediamo gente? Che senso ha tornare alla movida, se poi nessuno risana il mio male?

Questo Frodo lo sapeva bene, neanche tornato nella Contea poteva dire che tutto fosse guarito. Portava sempre l’anello con sé. Il suo anello, che nessuno degli altri otto della compagnia poteva portare. La compagnia dell’anello è un’amicizia. Sono tutti amici di Frodo perché lo accompagnano a portare il peso che vive e a compiere il suo destino.

Io sono come Frodo e il mio anello si chiama solitudine. Frodo non pretende che gli altri portino il peso al suo posto, ma si lascia accompagnare. Bisogna, allora, che si rinnovi in me il modo in cui concepisco i rapporti, che essi diventino una compagnia alla mia vocazione, una compagnia che guardi senza scandalo al mio cuore inquieto, che non curi la mia ferita, ma che la faccia bruciare ancora di più, perché io possa diventare sempre più grande.

di Tommaso Baronio

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