Di attesa in attesa, lavorare per prototipi: una chiaccherata con Francesco Amato sul cinema che verrà

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Condannati sul divano di casa a fare zapping su Netflix o in tv alla ricerca di qualcosa di interessante da vedere, ci siamo interrogati sul valore dell’esperienza cinematografica in sala e sugli scenari che il cinema dovrà affrontare nel post pandemia. Ne abbiamo discusso con Francesco Amato, regista e sceneggiatore di film (Lasciati andare, 18 regali), documentari (Umberto B – Il senatur) e serie tv (Nero a metà, Imma Tataranni).

Come cambierà la fruizione del prodotto cinematografico dopo il COVID? Gli spettatori avranno ancora voglia di andare al cinema? A cosa si interesseranno?

Bisogna capire da dove veniamo. Io il cinema lo pratico da quando avevo la vostra età, il mio primo film fu a Bologna. Era il 2001, realizzai un cortometraggio che si chiamava Figlio di penna. Ebbe una certa visibilità, andò a Cannes e vinse il Festival di Torino. Poi realizzai un documentario per le strade di Bologna sui senza fissa dimora. Era molto spartano, e io andavo in giro con una troupe di notte, a fare interviste agli homeless della città. Da allora e sino al 2019 il cinema ha vissuto un lunghissimo periodo di crisi, che in realtà concettualmente veniva dagli anni ’80, perché fino agli anni ’70 il cinema italiano in realtà era un’industria fiorente, apprezzata in tutto il mondo. Poi con l’avvento del morettismo, dell’intimismo, che coincise con l’arrivo dei mezzi di ripresa leggeri, tutti pensavamo di poter fare gli autori. Questo ha portato a un raffreddamento dei rapporti con il pubblico, l’aspetto autoriale negli anni ’90 ha preso il sopravvento. Però di Moretti ce n’è solo uno, di autori in Italia ce ne sono pochi, sono Bellocchio, Amelio, registi che vengono da altri tempi. Come effetto di ciò il nostro cinema ha visto un lungo periodo di crisi nel rapporto con il pubblico, veniva addirittura rifiutato. Soprattutto nella seconda decade degli anni 2000 se facevi cinema venivi visto con sospetto. Un po’ perché si era profondamente combinato con gli eventi della politica, per cui il cinema secondo la gente si basava sull’assistenzialismo statale ed era fatto da persone che rubavano denaro pubblico. L’immaginario stesso del Paese lo rifiutava, al contrario di quanto accadeva nel dopoguerra, dal neorealismo alla commedia, passando per l’espressionismo di Elio Petri, quando il cinema era diventata espressione massima di una realtà italiana. La mia generazione invece è cresciuta con la crisi, poi per fortuna ci siamo guadagnati degli spazi di crescita autonoma, che andavano anche controcorrente rispetto alla sensibilità del Paese. Io ho studiato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, noi vivevamo di cinema e pensavamo che la nostra vita dovesse essere il cinema. E infatti poi per noi è stato così. Contrariamente a tutti i pronostici c’è invece stata una profonda inversione di tendenza tra il 2018 e il 2019: il nostro pubblico ha ricominciato ad apprezzare il cinema italiano. I dati sono migliorati sensibilmente, all’inizio del 2020 il nostro era un cinema che stava esplodendo. I film incassavano benissimo. Poi questa frenata del virus è stata un flagello per tutti noi. Nel post COVID l’effetto sarà elastico: quando si avrà la possibilità di andarci la gente riprenderà ad andare al cinema. Perché la fruizione casalinga è televisiva, e poco ha a che vedere con la possibilità di una relazione con la storia che solo la sala ti può dare. Il tornare a regime sarà un’esperienza molto lunga e difficile, però torneremo come prima e meglio di prima. Il cinema non si estingue, ci sono anche delle ragioni economiche dietro: non è vero che il cinema lo prendi e lo distribuisci sulla piattaforma ed è la stessa cosa. Quando Netflix produce i film li fa in 4 settimane, il cinema si fa in 7 o 8 settimane. Forse non lo capiamo ancora, ma abbiamo bisogno del cinema.

In che modo si dovranno riorganizzare le produzioni e i finanziamenti? Si parla tanto del voler far sopravvivere tutti, ma ci sarà una selezione naturale dei progetti da portare avanti?

Io temo molto per le giovanissime generazioni, per le opere prime e i film a basso budget. Quei film faranno fatica, non per il pubblico che mancherà, ma perché le sale riapriranno quasi sicuramente a un regime accettabile intorno a Natale, e i film di Natale più o meno ci sono già. Il problema non sarà il 2020, ma la primavera del 2021, quando bisognerà vedere se ci saranno addirittura i prodotti prima delle sale stesse: a settembre se tutto va bene si potrebbe tornare a fare delle cose con criterio, e intanto deve partire la televisione perché senza la fiction la prima serata della tv non è autonoma, non ha alcuna identità. La televisione ripartirà e lo farà con un sacco di guai, perché le discipline imposte saranno complicatissime e costosissime; quindi il cinema minore non avrà i soldi e di certo non avrà le maestranze che saranno concentrate sulla televisione; il problema dei set sono le assicurazioni: se non garantiscono sul coronavirus non si può partire. I set sono spazi molto complessi e costosi, pensate che tanta gente che era già al lavoro non si sarebbe fermata durante il lockdown, come peraltro è successo con la pubblicità. Chi si è fermato lo ha fatto perché non aveva l’assicurazione. Questo mestiere è stato alimentato da una fiamma interiore ed emotiva molto alta, ed è per questo che sopravvive. C’è un livello di passione tale che siamo pronti ad affrontare qualunque cosa, anche il virus. E questo alimenterà la voglia di ripartire. Ci rimetteranno però i piccoli film e i giovanissimi, coloro che avevano in animo di realizzare il proprio primo film.

Qual è per te il valore del cinema ora? È cambiato in questo tempo storico?

Io il cinema l’ho sempre e soltanto visto in sala. Invece il valore del cinema in questo momento è la possibilità di relazione con mia figlia che riesce a creare: la più grande ha 9 anni e ha fatto una parte nel mio ultimo film, vorrebbe fare l’attrice. Le ho detto che questo è un momento per studiare, quindi quando è possibile ci mettiamo a fare il nostro cineforum. Ho rivisto quei film che per noi sono stati fondamentali da bambini, I Goonies, Indiana Jones e i film della Disney, anche live action. E poi E.T., i Gremlins. Purtroppo in condizioni normali non vedo nulla perché non ho il tempo, ho 3 figli piccoli e tutto il tempo è dedicato a loro, il resto è dedicato al mio lavoro, agli aggiornamenti che arrivano dai set della serie che dovevamo girare in estate. Il Paese sta cambiando, io a mia figlia ho detto che lei è fortunata perché noi la storia l’abbiamo sempre studiata da lontano, adesso invece la storia sta avvenendo attraverso di noi e questo, nonostante il dramma, è un privilegio. Questa vicenda ci tocca tutti e tutti raccoglieranno la portata di vissuto ed emotività che questa situazione ha generato: tutto ciò verrà trasferito nella drammaturgia e nei racconti. Spero che non correremo tutti a raccontare le vicende del coronarvirus, ma il tema dell’isolamento, il tema della perdita della libertà, del cambiamento della società, diventeranno cruciali. Noi venivamo da una società cattolica e orientata alla centralità della famiglia, l’ultimo discorso del presidente del consiglio ha stabilito esattamente quando apriranno i centri massaggi ma non c’è stata una parola su un bambino, sull’apertura delle scuole e delle chiese, non una parola sulla cultura. È evidente che stiamo cambiando, bisogna vedere se in meglio o in peggio. Nel secondo dopoguerra siamo cambiati probabilmente in meglio; nel ’92, quando io ero adolescente, si respirava un’atmosfera di grande speranza grazie all’Europa e alla sensazione di una politica emergente: fu una grandissima trasformazione, una rivoluzione… finita malissimo. Quando si dice che queste situazioni possono essere delle occasioni in effetti è vero, ma in qualche caso vengono colte, in altri casi invece no. Il ’92 segnò l’avvento di una politica ancora meno virtuosa di quella che c’era stata durante la Prima Repubblica. Pensate a che storia potrebbe venire fuori da chi governa ora: l’attuale classe politica è fatta da gente raccogliticcia, fondamentalmente dei velleitari, che sono lì perché dovevano trasportarci verso un’altra fase. Si sono trovati tra le mani una pandemia. La storia di questi velleitari richiama alla grande tradizione della nostra commedia: L’armata Brancaleone, i manipoli di inadeguati che si devono misurare con una pagina di storia che sarà indelebile. Ci saranno tante commedie su questo tema. E poi si dice tanto che questa condizione è equiparabile a quella vissuta durante le guerre, ma penso che il cinema che si farà in rapporto a questi tempi non sarà bellico, piuttosto sarà innanzitutto un cinema horror, il linguaggio e le atmosfere saranno probabilmente rivisti sulla base di quei toni lì.

A proposito di questo: in che direzione andranno il linguaggio e i toni utilizzati dal cinema nel raccontare le storie nel post pandemia?

Quanto cambierà è difficile dirlo. Il Free cinema inglese dei primi Scorsese, De Palma, Lucas, Coppola, era un cinema rivoluzionario perché non avevano una lira. E hanno cambiato la storia del cinema. Se vedete i loro primi film sono freschissimi, proprio perché avevano grandi idee e pochi mezzi. Anche nel nostro caso dipenderà molto da quanti soldi avremo e da come saranno costruite le troupe. Se ci dicono «il cinema può ripartire», ma mettono dei limiti al numero dei componenti delle troupe vedremo prodotti molto diversi. In Danimarca sono ripartiti, ma le troupe devono essere massimo di 50 persone, e in più c’è una nuova componente, quella della squadra dei sanificatori degli spazi, che non erano mai esistiti fino a ora. Un cinema di 50 persone è un cinema più leggero, che si avvicina a modelli più documentaristici, anche nella drammaturgia. Poi c’è un aspetto visivo con il quale ci dobbiamo misurare: ricevo quotidianamente dei copioni da parte di sceneggiatori di una serie tv che si chiama Imma Tataranni, abbiamo fatto una prima stagione che era andata molto bene e ora si sta facendo la seconda. Probabilmente andrà in onda a primavera del 2021. Ma cosa mandiamo in onda? Prodotti con gente che indossa le mascherine? E il coronavirus c’è stato oppure non c’è stato? Se ci pensate anche il cinema bellico è un cinema in cui c’era la possibilità di isolare degli spazi in cui la guerra non c’era. Questi film fatti durante la pandemia non avranno spazi che sfuggiranno alla pandemia, perché c’è un segno forte che non puoi escludere dall’immagine: la mascherina. Che ce ne facciamo delle mascherine? Certamente è presto per dirlo. Ma se fossimo costretti a portarle sul set il cinema di questi anni sarà un cinema molto storicizzabile: mascherine, pandemia, 2020. Quindi ci dovremo misurare con questo sia dal punto di vista drammaturgico, sia visivo. Anche perché, per fare un esempio, la recitazione con le mascherine diventerebbe una questione subalterna. E poi le mascherine sono bianche: come fai a eliminare il bianco e a evitare che si spostino i centri del primo piano? Se ti cambia il primo piano ti cambia tutto il cinema. Le mascherine saranno un grandissimo problema per quelli che si mettono a lavorare su un film. I giovani saranno sicuramente favoriti perché hanno un cervello molto più flessibile; chi fa film da un po’ e ha una mentalità incanalata in un certo modo avrà problemi enormi: l’abitudine a una certa maniera di fare nel mondo del cinema è rassicurante, ma la necessità di andare allo sbaraglio e imparare anche un po’ di approssimazione è spesso cruciale, rinvigorente, e assolutamente complicata.

Quali sono le misure più urgenti da prendere per evitare che le figure più importanti del cinema si dimezzino o scompaiano?

Resistere, resistere, resistere, per qualche mese. Questa vicenda farà delle vittime: saranno coloro che hanno sperato di esordire al cinema in questo biennio, cioè quelli che avevano messo da parte un progetto faticosamente, un milioncino per esordire, quelli pagheranno. La sala non c’è, i festival non ci sono, le distribuzioni sono ferme. Le maestranze continueranno a lavorare, dovranno attendere ma riprenderanno. Ripartire il prima possibile di sicuro è fondamentale. I film e soprattutto le serie, che durano mesi e mesi, da ora in poi si potranno fare se i set diventano una piccola comunità del tutto sotto controllo: si tratterà dell’isolamento di una comunità, rapporti tagliati con il mondo e si sta tutti insieme per otto mesi quando si tratta di serie tv, di 7-8 settimane per i film. Il futuro sarà complicato, soprattutto per chi ha figli e non può permettersi di scomparire per un tempo di periodo così lungo. Però in questo preciso momento noi siamo avvantaggiati perché sappiamo cosa vuol dire fare cinema: il cinema è attesa. Il problema del tempo è connaturato nel cinema, la cui fenomenologia è una frammentazione del tempo. Il mio ultimo film l’ho fatto perché avevo capito che attraverso quella storia sarei riuscito a misurarmi con l’ossessione del tempo. Il cinema è attesa perché per fare il tuo film devi aspettare anni, soprattutto quando sei inesperto e povero; poi ci sono accelerazioni improvvise del tutto spiazzanti, ed è anche questo il bello del fare questo lavoro: la giornata di lavoro sul set inizia alle 7, alle 7.15 sei già in ritardo. Noi siamo abituati a lavorare col tempo, a vivere dei periodi in cui se lanci uno spillo non cade per terra e altri in cui ti giri i pollici. Siamo molto avvantaggiati rispetto a quelli che lavorano in ufficio, noi non lo abbiamo l’ufficio, loro lo avevano e non lo hanno più. Per gli altri settori della cultura, come il teatro o la musica si creeranno delle situazioni di clandestinità che potrebbero rappresentare l’avanguardia. La gente si ritroverà senza dirlo a nessuno, arriverà la polizia a sgomberare tutto e ci saranno delle risse perché c’era lo spettacolo teatrale, o il concerto, frequentati magari da ragazzi giovanissimi.

Come sta cambiando in questo momento il tuo lavoro sul piano della creatività?

Il cinema procede per categorie che non sono razionali, procede per categorie vicine a quelle dell’ispirazione, dell’informale. Quindi è difficile dire oggi che forma sta prendendo il nostro cervello in rapporto a questo fenomeno. Lo capiremo e ci sorprenderemo di cosa avverrà nella nostra drammaturgia, è molto difficile dirlo adesso, chi tenta di fare discorsi razionali lascia un po’ il tempo che trova. Dobbiamo avvicinarci alla gente comune per capirlo e oggi non possiamo farlo. Da un punto di vista molto personale io stavo lavorando a un film ambientato nel 2004 che ha a che fare con la politica, e un personaggio di questo film vive un periodo in cui è tenuto in condizione di isolamento dalla moglie perché è molto malato. Nello stendere lo scheletro principale del racconto è stato impossibile non farsi sfiorare da quello che viviamo tutti i giorni in termini di segregamento: solo se ci facciamo toccare da quello che viviamo i film potranno avere una qualità di modernità che sarà apprezzata. Dobbiamo cercare di respirare questo periodo senza pretendere di capirlo e spostarlo dentro le storie che veramente intendiamo raccontare, a prescindere dal periodo in cui le stiamo ambientando. Poi c’è invece la domanda grande: che facciamo di questo tempo? Tutta la nostra fiction è contemporanea, quindi? Servirà ragionare a fondo per capire come muoversi: se rappresentare il nostro tempo oppure decidere di metterlo a margine perché la gente non vuole più sentir parlare del coronavirus. Sono pronto a scommettere che ci saranno molti film sui rapporti familiari e sui divorzi. Ma spero non adesso: siamo già travolti da quello di che viviamo in casa per scriverne addirittura nei film.

Di notizie sulla cultura nelle conferenze stampa del governo neanche l’ombra, però dall’inizio dell’epidemia siamo stati inondati di prodotti culturali, anche di altissima qualità, tanto in televisione quanto sul web. Sembra quasi che ci si ricordi della cultura solo quando c’è una pandemia, solo che poi quando la gente che fa la cultura ha bisogno di una mano ci si dilegua. Perché la cultura è sempre l’ultima ad arrivare, se arriva?

Non ti so dire perché è così in Italia, ma in America il cinema è una macchina di denaro, è probabilmente la terza o quarta industria del paese. Da noi c’è sempre stata una certa perplessità a proposito della possibilità che la cultura possa diventare un’industria. Vi ricordate Tremonti che disse che con la cultura non si mangia? La cultura è complicata. Se tu fai una lavatrice ti inventi come si fa la lavatrice e la monti, poi parti e ne fai una dietro l’altra, tutte uguali. Il nostro mondo non è un mondo di lavatrici, è un mondo di prototipi. Tutte le volte che costruisci una lavatrice ne fai una nuova, che non sarà mai uguale a quella precedente. Questo rende il nostro mondo estremamente complicato e allo stesso tempo incredibilmente avventuroso. Gli americani se lo possono permettere perché hanno una rete di sicurezza dietro, noi che abbiamo bisogno dei sussidi dello Stato viviamo in un regime di rischio d’impresa per cui nessuno è pronto a investire, non siamo interessanti o credibili per la politica. È poi connaturato al nostro mestiere, e io credo sia un bene per noi, il fatto che somigli un po’ sempre a un gioco. E gli americani prendono il gioco sul serio, noi lo consideriamo sempre un po’ una maniera per non diventare grandi, il nostro Paese lo pensa così. Non è una posizione tipica solo della politica o dei media, lo pensano tutti, a parte chi il cinema lo fa. Però è anche vero che quando non c’è ne sentiamo la mancanza: questo in realtà è un riscatto per il nostro mondo, abbiamo capito che possiamo fare a meno del calcio, ma non possiamo fare a meno di vivere vere esperienze culturali.

di Letizia Cilea

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