Corpi, anime (e telecamere): la scuola oggi

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Intervista a Valerio Capasa, professore di Lettere presso il Liceo Scientifico Statale «Arcangelo Scacchi» di Bari

Che sfida rappresenta la didattica a distanza?

La didattica a distanza non ha rappresentato qualcosa di totalmente nuovo, ma ha semplicemente amplificato alcune dinamiche che erano già presenti in classe. Il mio tentativo, ora come prima, è quello di accendere sguardi e di cercare le persone dietro agli schermi, certe volte anche fisicamente, se penso ad alcune telecamere spente dei miei studenti. Però, anche quando sono accese, si tratta di andare a svegliare delle anime che rischiano di recepire informazioni meccanicamente proprio come facevano a lezione: quando leggo con loro Omero o Boccaccio non voglio riempire le teste con nozioni, ma vado a caccia dei loro sguardi in modo da catturare il loro interesse e la loro anima.

Nello specifico cosa cerchi di risvegliare nell’animo dei tuoi studenti?

Faccio un esempio: sto leggendo l‘Odissea integrale con la mia prima. Verso la fine, Ulisse torna a Itaca, ma ha le sembianze di un vecchio e non si rivela perché c’è un piano preciso che ha in mente e deve rispettare. Omero scrive che ad Ulisse il cuore latrava in petto, perché avrebbe voluto tantissimo svelare la sua vera identità. Io chiedevo ai miei studenti se questa non fosse anche la loro situazione, se per caso avessero un cuore latrante oppure fosse addormentato. In alcuni, il cuore annoiato è seduto nel divano, mentre in altri, il cuore freme, è vivo e pulsante e si interroga, ad esempio, sull’assurdità di questa situazione o teme per i nonni che potrebbero ammalarsi. Quello che vorrei non è limitarmi ad insegnare Omero come stabilito dal programma, mi piacerebbe che Omero diventasse un compagno di strada.

Questo risveglio è possibile per tutti? Come fai a non lasciare indietro nessuno?

Anche questo è un problema che c’è sempre stato. Quando tu vai a caccia dell’anima dell’altro c’è chi non vuole essere cacciato e desidera rimanere intrappolato nelle sue abitudini. Ci sono diversi fallimenti, ma questo è un rischio che bisogna correre. So solo che se vado a caccia delle anime qualcuna si sveglia, se invece non vado a caccia nessuna si sveglierà mai. Penso che insegnare non sia parlare ad una classe, ma ad ogni singola persona con la propria storia e sensibilità. Per questo alla fine di ogni lezione provo a capire se quello che ho detto è stato utile a ciascuno e, di solito, chi non sembra essere rimasto particolarmente colpito, mi interpella e mi sprona a pensare a come, in futuro, potrei coinvolgerlo e fargli amare ciò che insegno. È quindi una sfida anche per me, in quanto mi porta ad esser sempre più attento nei confronti dei miei studenti.

È possibile una scuola totale in cui ogni aspetto della vita degli studenti venga coinvolto ed educato alla bellezza?

Una volta avevo letto le parole di un ragazzo intervistato dalla fondazione Agnelli che diceva: “noi abbiamo passato la maggior parte del nostro tempo a scuola, solo che la nostra vita non era a scuola, i nostri interessi erano altrove”. Questa è la sfida di sempre, di una scuola che possa essere compagna di vita degli studenti e non semplicemente una parentesi. Affinchè questa sfida sia possibile occorre una proposta da parte degli insegnanti. Un giorno, abbiamo letto in classe la poesia di Catullo: “vivamus mea Lesbia atque amemus” e ho chiesto ai miei ragazzi di sostituire il nome “Lesbia” con quello della persona da loro amata. A mio parere, questo è un esercizio molto serio dal punto di vista letterario. Che cosa significa, infatti, amare? Un’alunna mi ha scritto una mail la sera stessa della lezione, dicendomi di essersi posta questa domanda ed aver trovato il coraggio di dichiararsi al ragazzo di cui era innamorata da mesi. In questo caso la scuola è riuscita ad entrare a gamba tesa nella vita, ma, perché questo potesse essere possibile, è stata necessaria una collaborazione tra me e la ragazza.

Tu come fai a trovare un equilibrio e un punto di incontro tra i doveri istituzionale e questa ricerca dell’io di cui tu parli?

Per una madre credo che non ci sia alternativa nel cucinare e nell’educare: sarebbe ingenuo da parte di una madre pensare che il suo compito si esaurisca nel cucinare. Allo stesso modo, la scuola continua solo se tu accendi un interesse: dunque, non posso scegliere tra spiegare Catullo e accendere un interesse, ma l’interesse si gioca tutto nel modo in cui io traduco Catullo. Dunque, non solo svegliare l’io non viene meno ai doveri istituzionali, ma rappresenta l’unico modo perché il dovere istituzionale si compia.

Cosa pensi invece della decisione presa dal Ministero di promuovere tutti? Sembra quasi che in un momento in cui al paese sono richiesti molti sacrifici si stia abituando i ragazzi a non farli…

È un’ingiustizia assoluta, dire tutti promossi significa cancellare tutto l’Inferno di Dante, di cui ho spiegato a lezione tutti i canti. Significa cancellare anche i concetti di merito e colpa che stanno sotto la cantica. È un livellamento che non tiene conto di chi si dà da fare anche più del solito, si elimina la differenza fra l’essere protagonisti e l’essere sul divano. Certo, non è facile e bisognerebbe considerare tutte le situazioni come il fatto che il 41% degli studenti al Sud non ha strumenti per seguire la didattica a distanza ed è un numero molto alto. Ora io sto cercando di dire ai miei ragazzi che il cammino dell’uomo, il loro studio in questo caso, non ha come scopo un bel voto o un premio finale da guadagnare. Come insegnavano Platone e Aristotele lo scopo è cercare la verità, così come lo è cercare la giustizia e altri beni. Ma questa concezione della vita e dell’essere non è richiesta: quello che tu non fai per un fine assoluto non hai ragioni per farlo. Alla fine ci sarà sempre una sanatoria per salvare tutti, ma la fatica, come insegnante, rimane mia. Quello che vorrei è chiedere ai miei studenti di essere presenti a loro stessi. Ma se anche dal punto di vista istituzionale non c’è nulla che educhi a questo allora è molto difficile parlare di infinito in termini filosofici. La sanatoria collettiva rende difficile far capire che le cose non le fai per un compenso, ma per una verità.

Nel suo libro “L’ora di lezione” Massimo Recalcati invita gli insegnanti a svuotare gli alunni e non a riempirli di tante nozioni e, inoltre, evidenzia la tendenza narcisistica che impedisce un ascolto costruttivo. È chiaro che l’insegnante orienta e in qualche modo seduce, ma come è possibile ascoltare i ragazzi senza pretendere di avere la risposta giusta in tasca?

Io sono stato conquistato da una frase: a scuola solo domande legittime. Le domande legittime sono quelle dove io non so già la risposta e per questo l’esperienza di qualche ragazzo può aggiungere una lettura originale. L’argomento nuovo sei tu, come disse una volta Anna Maria Chiavacci Leonardi a una mia studentessa che voleva fare una tesi su Dante. Questo è il modo di evitare il narcisismo. Io vorrei sentirmi dire quello che non so dire e in letteratura è molto facile dato che non può esistere una sola interpretazione. Però questa devo essere leale, tenere conto dei dati e questo vale anche nella vita. Un insegnante non può fare domande investigative, riprendendo una canzone di Niccolò Fabi, ma deve pensare che i suoi ragazzi siano essere speciali.

Quali autori ti stanno accompagnando?

Sto leggendo poco ora, gli autori che leggo sono i miei alunni. Sicuramente rileggere la prima giornata del Decameron, con tutta la descrizione della peste, per preparare una lezione, è stato molto interessante. In realtà sto pensando molto a un libro, “La strada” di McCharty in cui mi sembra che l’idea che porta sia la chiave di lettura di questi giorni. Noi portiamo il fuoco e il fuoco che non è in noi non c’è. Se non hai un fuoco dentro di te non fai nulla, è un’idea fondamentale di McCharty. Ma non significa inventarsi cose, si tratta di fare i conti con quello che ci fa vivere e ora non c’è nessun diversivo che possa nasconderlo.

Tra le tante proposte c’era quella di riaprire la scuola solo per i più “bisognosi”, ma cosa significa questa distinzione?

Questa distinzione è sempre stata superficiale, perché parte dal presupposto che una persona valga quanto il voto che prende. Ma anche quel 10 che puoi prendere non dice nulla dell’infinito valore che hai, non ti definisce. Anzi, personalmente, di fronte a una persona molto brava, la sfida è più grande. Come posso, io insegnante, servire questa intelligenza? Come posso chiederle un passo maggiore? Quel 10 se non trova le ragioni si affloscia, quindi il bisogno è veramente in tutti e quel fuoco che ognuno di noi ha dentro può illuminare la vita di altri. Qualcuno lo potrà comunicare con un discorso, uno con un disegno, un altro semplicemente stando in silenzio. Esiste però, come dire, una “lacrimetta” da cui ricominciare per ognuno. Citando Guardiola, per ogni giocatore bisogna trovare un modo. È una questione che mi pongo spesso.

Tra chi preferisce la didattica a distanza e chi si sta rivelando sempre più allergico alla tecnologia si è aperto un dibattito che non finirà certo oggi. Cosa ne pensi di questo, è ancora necessario un contatto fisico e avere una classe davanti a sé e non dietro uno schermo?

Devo dire che, nonostante lo sforzo per cercare di continuare l’insegnamento, nella didattica a distanza cambia proprio la natura della ricezione. Vi faccio un esempio: c’è una mia collega molto esaltata per la tecnologia, che registra le sue lezioni così se le troverà sempre fatte. Ma la didattica non è così: la stessa identica pagina dei Promessi sposi letta in classi diverse cambia, oltre al fatto che io la leggerò sempre in maniera diversa, alla luce delle mie esperienze. Ecco perché cambia la natura della ricezione, ascoltare una lezione in video è una necessità, ma sarebbe come sostituire la convivenza in casa con una videochiamata. La natura della didattica è di essere presenti a sé stessi: io, personalmente, ho bisogno di essere messo alle strette da qualcuno, di essere provocato e dietro a uno schermo non è la stessa cosa. Si possono sfruttare dei vantaggi ma la presenza è insostituibile, così come è insostituibile tutto il contorno di una lezione: lo spazio classe, il bar, le chiacchiere con gli amici. Per conoscere c’è bisogno di una persona in carne e ossa: siamo corpi e anime, così rischiamo di essere né gli uni né gli altri. Dunque, si mette in discussione non tanto la modalità, ma la natura stessa dell’insegnamento. Uno può conoscere anche attraverso le piattaforme online ma devi aver formato un soggetto capace di distinguere tra la conoscenza e l’informazione. Non si tratta di demonizzare o elogiare, la natura del rapporto è un’altra, sia in digitale che nelle aule.

di Maria Teresa Ravaioli, Ida Pia Tarantino e Ludovico Radicchi

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