Il cuore si ribella

Racconto di un dialogo

Sin dall’inizio di questa quarantena ho avvertito una sensazione di costrizione, come se la realtà fatta a veste si restringesse sempre più al passare dei giorni sino a diventare talmente stretta non poterla sopportare. A questo maglione di lana grezza si è aggiunto il tormento tedioso dell’etichetta con le istruzioni per il lavaggio, che tutti abbiamo odiato e strappato almeno una volta nella vita: andrà tutto bene. Come se per non avvertire più la compressione di questa situazione bastasse mettere i pensieri in lavatrice con la giusta dose di ammorbidente per non patire il prurito del mio desiderio di stare bene ora.

Non so come risolvere il problema; chiamo Francesco, chissà se pure lui vive lo stesso disagio o abbraccia a piene mani il mantra ”andrà tutto bene”, chi meglio di lui che è infermiere e anche positivo al virus.

“Detta così mi sembra una grandissima stronzata. Nel senso, ma cosa ne sai? Magari va peggio… il mio cuore si ribella a questa mentalità che dice: adesso non posso vivere, devo stare dentro una bolla e aspettare due o tre mesi per tornare a vivere, facendo passare i giorni solo per spuntare un’altra casella sul calendario. Se uno sta vivendo così è già morto, e il cuore non può sopportare questo, è disumano. L’unica cosa che so è che posso dare un giudizio su quello che sta accadendo adesso, e per me sta andando tutto bene, da segregato in una stanza, dove sto riscoprendo mia madre, i miei amici e la mia morosa che mai mi sarei immaginato di poter amare così.”

Risponde così e ci azzecca in pieno. Io mi ribello a vivere in questo modo, a far finire le giornate aspettando la sera per potermi svagare con una birra o con un film tra amici, vivendo tutto il resto come un’insopportabile attesa del momento in cui starò bene. Non solo ora, incastrato in questa quarantena, ma tutta la vita voglio avere uno sguardo sulle cose che mi permetta di apprezzare vivere in pienezza il tempo e i fatti che vanno male, senza rimettermi a un limbo che usa noia e vuoto di senso per  alleviare l’attesa del momento in cui andrà tutto bene. Nell’attendere io non voglio essere moscio e lasciarmi calpestare dallo scorrere di una clessidra, voglio essere teso, vibrante all’accadere delle cose e viverle.

Di nuovo non so come rispondere e mi rimetto all’esperienza raccontata Francesco dopo l’esito positivo del tampone.

“Ero al lavoro quando mi hanno comunicato che l’esito del tampone era risultato positivo. Di colpo, contro la normale routine di infermiere sempre fuori casa, in reparto, mi si prospettavano come minimo quattordici giorni di quarantena chiuso in una stanza a casa, e la batosta iniziale è stata forte. La sera stessa, durante una videochiamata con alcuni amici, si è manifestato il mio desiderio più impellente, che non era certo quello di far passare il più velocemente possibile questo tempo, ma di capire se anche questi momenti racchiudessero una bellezza e un’utilità per me, così come accadeva in reparto. Perciò provi a fare dei tentativi, ti ipnotizzi davanti a una marea di film fino al termine della quarantena contando i giorni: meno uno, meno due, meno tre… oppure inizi a chiedere che sia qualcun altro a rendere la tua giornata più interessante. Ad esempio, la compagnia di mia madre che passa solo nei tre momenti della giornata in cui mi passa colazione, pranzo e cena dalla porta. Mi ha sempre fatto da mangiare mia madre, ma me ne accorgo solo ora e mi stupisco che ‘sta sera mi abbia anche fatto il dolce; già questo è un regalo enorme: che in tre momenti della mia giornata io possa dire che c’è qualcuno che mi vuole bene. Oppure altri miei amici che come me questo tempo non lo vogliono perdere e mi invitano a svegliarmi con loro alle otto e mezza per pregare in videochiamata e iniziare insieme la giornata. O ancora, il rapporto con la mia morosa che è diventato più saldo di prima perché chiaramente ci sentiamo tutti i giorni e le cazzate da dirsi finiscono presto, e di fronte a questo abbiamo iniziato a fare i conti con tutto quello che ci accade durante le giornate, escludendo tutto il superfluo, altrimenti il rapporto non c’è proprio, soprattutto ora che non possiamo nemmeno toccarci, e rimane “fregato”. Invece mi rendo conto che mi sta facendo una compagnia gigante, mi fa compagnia al cuore ed è quello di cui ho bisogno. Così si aggiungono tanti punti fermi per cui posso dire che oggi non è stato un giorno inutile, non perché io abbia organizzato al meglio il mio tempo ma perché sono accadute delle cose e io le ho vissute veramente, con pienezza, senza sopravvivere aspettando la fine della quarantena.”

Però è facile vivere così ora, infatti adesso il vuoto di senso delle giornate è nudo, non ha più quella maschera di routine fatta da abbonamenti in palestra, aperitivi, esami, appuntamenti dal dentista, discoteche e tutte quelle faccende frenetiche che mi hanno sempre riempito il calendario e l’agenda lasciando poco spazio al chiedermi il perché o il come di quello che faccio. Fuori dall’emergenza virus, il non vivere, è un rischio subdolo, che si insinua nel trantran quotidiano e ci scippa il giudizio sulle cose con manine di velluto.

Qui incalza Francesco e mi racconta di ciò che vive nel reparto di medicina interna del Negrisoli.

“Lo sai già che questo lavoro comporta dei rischi, te lo insegnano all’università: il paziente con l’epatite in reparto c’è, quello HIV positivo pure, c’erano anche prima del Covid, proprio come c’era già il rischio di portare qualcosa a casa. Accettato questo, c’è in ospedale chi ha opinioni differenti: chi dice che non ne può più, chi che così non si può lavorare e vuole andare a casa, chi invece dice che è roba da niente e se ne frega…  L’opinione più interessante e che mi ha colpito particolarmente è stata quella dell’infermiera più giovane di noi che ci ha detto: ‘io continuo a desiderare di venire qui a lavorare, ho bisogno di lavorare anche in una situazione del genere con turni extra e rischi più elevati, vorrei che fossimo uniti e che continuassimo a lavorare come abbiamo sempre fatto perché lavorare tra noi infermieri per me è proprio bello, anche ora’. Effettivamente ho notato che ci siamo trovati ad essere l’uno il sostegno dell’altro: se un collega aveva bisogno c’era quello che interrompeva subito la pausa e andava ad aiutarlo, ogni tanto nei momenti calmi passava un altro in guardiola a farti uno scherzo, una battuta. Insomma, c’era un clima, paradossale rispetto alla situazione di emergenza, che rendeva le cose belle, veramente gustose. Da lì anche l’attenzione verso i pazienti, che già è alta in situazioni normali, si è accentuata ed evoluta. Per entrare nella stanza di un degente bisogna seguire un lungo protocollo di sicurezza, guanti, mascherina, visiera, camice usa e getta, e quindi non posso entrare più volte durante il turno come facevo prima: una volta per prendere i parametri, una per la terapia, una per portare il pranzo, una per fargli compagnia… Già la divisa protettiva ti fa apparire un marziano ed impone una barriera fisica tra te e lui che crea un distacco importante, con il rischio di non essere più umani. Invece, come dicevo, c’è più attenzione e mentre assisto il paziente dal punto di vista infermieristico lo guardo anche con umanità. Sono lì che gli misuro la pressione e gli chiedo cosa vuole per pranzo, come sta, ci faccio due chiacchere e gli tengo compagnia rimanendo più tempo, mi organizzo e sfrutto quel tempo esclusivamente per lui, consapevole che anche quello è il mio lavoro e non posso entrare e uscire cinquanta volte dalla sua stanza come prima, ma allo stesso tempo sono io che ho bisogno di mantenere una rapporto umano dietro a tutte queste precauzioni.”

Fantastico! Allora il Covid è una cosa buona ed è giusto che sia venuto al mondo! Sono sarcastico ovviamente. Infatti nulla può negare la tragicità della situazione: i morti soli senza funerale, le famiglie ridotte alla povertà, le attività e imprese strozzate dai debiti e tutte gli scenari pessimi che questo virus ha causato. Quello che vive Francesco è innegabilmente una carezza di bellezza di cui ho bisogno ma non voglio indossarlo come un paraocchi filtrando tutta la negatività di ciò che lo circonda, quella rimane, e ancor di più non voglio cadere in un moralistico “guardare il lato positivo”. Io voglio abbracciare tutto della realtà, con i piedi saldi al terreno, anche quello che mi fa male.

Il detto insegna che tra dire e fare ci sta il mare, mare che Francesco naviga così.

“Io non vorrei mai che tutto questo discorso venisse preso come un ‘il coronavirus mi è servito per questo o quell’altro motivo’, come se si dovesse mettere su una bilancia la situazione per decretare se sia buona o cattiva. Quello che più mi urge adesso è capire come io, da dentro una stanza, possa essere utile al mondo, e spero di scoprirlo attraverso questi volti e fatti di cui ti ho parlato. Un mio caro amico mi ha spiegato che il cristianesimo non ti dice che la merda magicamente diventa bella, buona e profumata, la merda rimane merda, puzza e fa schifo, e così anche la situazione generale di adesso e la mia quarantena, che però è santa. Posso dire che è santa perché so che è voluta e che è salva, si salva durante la giornata, perché c’è qualcosa che vince tutto il brutto e il male di questa situazione, anche solo con mia madre che mi porta da mangiare. Quindi posso affermare, come un altro mio amico medico, che “tutto è bene” e, ti dico, per me niente è andato male, perché tutto è stato salvato, perciò “andrà tutto bene”, “andrà tutto bene” lo posso accettare solo così, come un grido di speranza.”

di Andrea Grandi

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