Covid-19. Speranza in trincea

Intervista ad Amedeo Capetti, infettivologo dell’Ospedale Sacco di Milano

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Come vivi il rapporto quotidiano con la morte? Soprattutto di fronte ai parenti del paziente, prevale il senso di ingiustizia o altro?

Non ho mai percepito la morte come un’ingiustizia. Per me è sempre stata un dramma, una tragedia, ma mai un’ingiustizia perché non mi sono mai messo nella posizione di giudicare cosa è giusto e cosa è sbagliato in questi eventi inevitabili. Ci sono degli aspetti che mi fanno arrabbiare e che me la fanno percepire come un’ingiustizia, soprattutto per come viene gestita la situazione da un punto di vista politico: potevamo e potremmo avere meno morti, al netto dell’imponderabile. Ci siamo mossi con molti errori, alcuni naturali e altri dovuti a vizi di forma che non sono stati persi quando invece potevano essere modificati. In ogni caso non può essere questa constatazione a dettare il mio rapporto con una persona che muore. A farlo è una Presenza che è entrata nella mia vita da bambino e che mi ha sempre ripreso in un’appartenenza, come quando uno vede il cielo e si rende conto di essere una creatura, o quando si rende conto della preferenza di un amico e ne riconosce lo stesso segno. Non ci è chiesto di essere all’altezza di questa bellezza, che ci dà la certezza che la morte non è l’ultima parola della vita. A me è capitato con la morte di mia madre, undici anni fa: è stato doloroso, ma accompagnarla nella sua malattia ha reso evidente che quello non era l’ultimo orizzonte della sua vita. Con i miei pazienti accade lo stesso: è evidente che sono molto più grandi della loro malattia, che diventa il momento del loro incontro con Cristo. Per questo la mia prima preoccupazione è stata dare loro la possibilità di prendere l’estrema unzione, ovvero preoccuparsi che quella morte sia dentro una dignità e non che si “crepi e basta”. Diventa una comunione di preghiera: devo chiedere ai miei malati storici di pregare per chi sta male, senza preoccuparmi di intristirli perché, se si è amici, lo si è anche in queste circostanze. Sono conseguenze in cui si vede l’attenzione, ma che, se si saltassero, non permetterebbero di capirne l’origine. L’ultima attenzione è per i parenti dei pazienti che muoiono e può concretizzarsi in vario modo, dalla nascita di un’amicizia ad un aiuto economico.

Cosa è cambiato rispetto a prima, con la presenza quotidiana della morte?

Si è ancora più affermato quanto appena detto. Quanta gente deve ancora morire perché gli italiani capiscano che il bene comune è superiore alle proprie esigenze? La gente dovrebbe capire che deve vivere con responsabilità. Siamo a 15mila morti e di questo passo ne verranno altre migliaia. Fa arrabbiare che tutte queste morti potevano essere evitate. 

Perché gli italiani fanno fatica a concepire il bene comune come superiore alle proprie piccolezze?

Lavoro con l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità, ndr), dove gli italiani sono sempre visti come supponenti. Nel 2005 sono stati introdotti i regolamenti sanitari internazionali, che l’Italia ha adottato per ultima fra i Paesi più industrializzati perché pensava di essere al di sopra. Per questo ci siamo trovati impreparati di fronte al problema. In queste situazioni occorre imparare ad obbedire a una gerarchia, che non significa non far notare che una cosa è sbagliata, ma farlo notare al proprio responsabile, senza prendere e cambiare strada. In questo momento ci sarebbe chiesto non di dire che i nostri governanti ci stanno chiedendo troppo o poco, ma di adeguarci perché è l’unico modo per chiudere la partita: se ci fosse più responsabilità, in tre settimane si potrebbero vedere risultati importanti, mentre con questo trend temo che la gente si stanchi e anche chi è stato ligio smetta di esserlo, con il rischio della catastrofe.

Il medico sente un senso di onnipotenza per poter risolvere attivamente la situazione. Ma in questa situazione crolla di fronte a un’impotenza dovuta al poco che si sa del virus. Visto che ora questo intervento attivo è limitato, qual è il vero ruolo del medico?

Questa situazione ha mobilitato moltissimo i miei colleghi, come accade di fronte a una novità tale. Non avevamo mai visto un virus simile, che non assomigliava neanche molto a quello che ci avevano descritto i cinesi. Non mi sono mai sentito onnipotente: ai miei pazienti ho sempre detto che la salute non è tutto perché prima o poi sarà persa nella vita, ma bisogna cercare cosa è davvero Tutto. Sono sempre rimasto affascinato dai santi che hanno preso la medicina con grande serietà, come Giuseppe Moscati o Giancarlo Rastelli. Queste persone avevano la coscienza che la scienza non era tutto, al punto che Moscati stesso diceva che sarebbe stata la carità e non la scienza a salvare l’uomo. Questa impotenza ha generato grande frustrazione nei miei colleghi, specie in quelli che lavorano in ospedali più piccoli (rispetto al Sacco, ndre vedevano la gente morire in continuazione, anche perché non avevano tutti i mezzi a disposizione. Questa situazione mi riporta alla domanda di ogni istante: cosa mi vuoi dire, Signore, in questo istante? È una domanda aperta, che non ha subito una risposta e che è dolorosamente interessante. Nei primi tempi ho “sguinzagliato” i miei figli, che hanno studiato entrambi Medicina, i loro amici, i miei studenti e alcuni miei colleghi in un lavoro di ricerca sul campo. Il desiderio è che questa gente non muoia: non posso fermarmi a lamentarmi sulla gestione, ma devo cercare di guarire chi ho davanti. La domanda “Cosa mi stai chiedendo?” ha una risposta concreta nel volto di ogni paziente, nel rapporto fra me e quel paziente lì, nel rapporto con i miei colleghi. È ciò che riempie la vita di contenuto, altrimenti sarebbe vuota, come in un disegno pieno di spazi bianchi. Ben venga il senso di impotenza: spesso devo combattere con alcuni miei colleghi che vanno in crisi di fronte a un paziente a cui credevano di aver fatto tutto. Di solito dico loro: “Forse non avevi fatto tutto, non da un punto di vista medico – per quello è inattaccabile -, ma se non hai incominciato a pregare per lui, a chiedere agli amici… Poi in realtà sta succedendo spesso nel nostro reparto che i miei colleghi, magari quelli che non credono, chiedono a me di pregare per loro. Una mia collega ha avuto la sorella ricoverata da noi, poi per fortuna l’ho potuta anche dimettere però, quando era molto grave, a un certo punto sono passato e ho detto: “Robi, pregherò per tua sorella” e le si è proprio aperto il cuore. In quel momento mi ha detto: “Finalmente qualcuno mi dice una cosa che ha senso”, invece tutti gli altri le dicevano: “Poverina”.

In questi momenti di fa più evidente la differenza tra il curare e il prendersi cura di qualcuno, soprattutto quando non si riesce a salvarlo. Rispetto alla morte, che sta diventando una cosa “seriale” ed impossibile da controllare, o ci si aliena o ci si umanizza ancora di più. Tu come fai a non alienarti in forma di difesa? In base a cosa scegli di comportarti così con i tuoi pazienti?

Me lo ricordava mia moglie qualche giorno fa: o l’educazione o l’infarto, cioè, che cosa ci insegna a guardare la realtà? Per fortuna la mia vita non è stata un infarto, poi ho avuto la fortuna di seguire per tanti anni l’ambulatorio dei pazienti sieropositivi, malati di AIDS, alcuni dei quali seguo da più di vent’anni. Con loro, chi all’inizio, chi a un certo punto, è sempre scoccata una scintilla, tant’è vero che dei miei seicentocinquanta pazienti tutti a giorni alterni mi chiedono come sto. A parte il fatto che sono loro di testimonianza a me, ma anch’io in passato mi sono trovato a chiedermi se questo non interferisse con la serietà del mio lavoro di medico. Lo chiesi anche a Cesana (Professore di Igiene presso l’Università Bicocca di Milano, ndr) ad una cena: “Io dei miei pazienti divento amico e loro diventano amici miei. Questo non rischia di degenerare?”. E lui mi disse: “Assolutamente no, anzi, il contrario: proprio perché questi pazienti ti stanno a cuore, tu sei attentissimo a ogni cosa che succede loro”. Tolta anche questa preoccupazione, è proprio come una scintilla che scatta e uno, davanti a questo, non deve tenere le distanze. Insegno agli allievi infermieri a non tenere le distanze, con tutta l’attenzione verso il paziente che magari sta male e ha bisogno di silenzio. Ma è l’affezione che mi detta come voglio stare con il paziente, non sicuramente il fatto di tenere una distanza. È così anche con i malati di adesso: una compagna di università dei miei figli che è stata assegnata di recente a un reparto Covid mi diceva che entrare con la mascherina crea delle distanze, allora le ho detto che a me non ha creato nessuna distanza fin dall’inizio perché, anche se non vedi una persona in faccia, da come si muove, da come parla lo capisci subito chi è. Quindi non mi è mai capitato che i pazienti non si accorgessero di chi sono, ma neanche i miei studenti. Poi al momento della dimissione mi dicevano che avrebbero piacere a rivedermi per capire che faccia ho. Non c’è limite che faccia veramente barriera. Certo, quando il paziente è in casco, allora è più difficilmente contattabile, ma anche lì non è vero che non si riesce a contattare: percepisco spesso un rapporto intensissimo anche con questi pazienti proprio per la drammaticità che stanno vivendo. Un po’ come se voi vi trovaste a parlare con uno dello Sri Lanka che non spiccica una parola di italiano: non è detto che non riusciate ad avere un rapporto con questa persona, sicuramente sarà più complicato. È un di più che nasca un rapporto umano con il paziente rispetto al semplice fatto di curarlo, perché che nasca un rapporto umano con un paziente vuol dire avere a cuore il suo destino.

Com’è cambiato, se è cambiato, il rapporto con i tuoi colleghi e con la tua famiglia?

Sicuramente con i miei colleghi il rapporto è cambiato perché sono molto più attenti ai loro malati. Molte delle piccolezze che potevano esserci prima, di fronte a una cosa così imponente, in qualche modo crollano. E spesso sono loro che mi chiedono di pregare per i loro pazienti che sono vicini alla morte. Questo stabilisce una possibilità ed anche un livello di stima reciproca che sta crescendo. Oppure si fa la guardia insieme, quella sera c’è il Rosario con il Papa e noi non possiamo dirlo perché siamo dietro ai pazienti, però poi ci sono quei dieci minuti liberi in cui scegliamo di dire il Rosario insieme tra medici che non se lo sarebbero mai detto; magari arrivano gli infermieri facendo casino e, vedendo che stiamo dicendo il Rosario, si zittiscono e continuano a lavorare con maggiore attenzione a quello che sta succedendo. Vi racconto quello che vedo io intorno a me, probabilmente non è così dappertutto, però è una grande bellezza. Avevo avuto l’urgenza di far emergere quel giudizio su Il Foglio (“Lettera dalla trincea” del 18 marzo 2020, ndrperché, guardando i miei colleghi, avevo la sensazione che qualcosa di nuovo stesse cominciando a nascere, allora pensavo che ci fosse bisogno di un giudizio, che chi leggesse quell’articolo potesse dire: “È vero”, altrimenti rimane come un sentimento e dopo, passato tutto, finisce anche questo nel cassetto.
Anche con la mia famiglia le cose sono cambiate per due motivi: innanzitutto perché c’è una pazienza, un’attenzione nei miei confronti enorme che sento di non meritare; non è che oggi c’è il fronte e ieri non c’era niente, però molte volte i turni, se finiscono alle 9, in realtà finiscono alle 10,30/11. Eppure spesso, anche per il clima di vacanza che c’è in casa, mi aspettano per la cena e non c’è nessuno che mi dice: “Come sei tornato tardi”. Nella mia famiglia c’è una cosa veramente bella, anche se chiaramente il fatto di dover stare a casa dopo un po’ comincia a pesare, però mia moglie ha trasformato la casa in un piccolo tempio: abbiamo un bambino haitiano che dice “la preghiera rilassante” nei momenti in cui la famiglia si raduna, e forse questo a me pesa un po’ di più: che io sono qua e non posso partecipare alla vita quotidiana in famiglia. I miei figli frequentano l’università e sono continuamente centrifugati, è giusto che lo siano, quindi trovarsi con la famiglia riunita per un po’ di tempo è una bellezza rara e mia moglie, con tutta la sofferenza che ha per questo Paese così martoriato e che fatica a venirne fuori, mi dà la possibilità di vedere come si comportano i miei figli: per esempio, hanno realizzato la raccolta di alimenti per la zona oppure mio figlio cerca articoli scientifici e, quando torno a casa, mi tempesta di domande. Sì, siamo fortunati. Ci sono famiglie che, nella necessità di stare insieme, tendono a scoppiare, invece laddove quello che ti tiene insieme è chiaro diventa una bellezza, pur nella sofferenza di non poter uscire. 

A livello scientifico cosa ha senso guardare tra tutto ciò che viene detto? Qual è veramente la situazione?

Non si può scindere il livello scientifico da quello umano, anzi, il punto è che proprio il livello umano in questo momento annega tutto il resto. La storia italiana è stata infarcita di personalismi e lo è ancora adesso. Prima è venuto un mio collega, carissimo amico, a dirmi: “Licenziamoci proprio io e te e diciamo che andiamo a lavorare in un ospedaletto più piccolo. Non è possibile che noi qui abbiamo tutto e in altri ospedali la gente muore a mazzi. Almeno andiamo dove c’è più bisogno e moriamo tutti. Io voglio andare a dare una mano a quegli altri”. Tra l’altro era la stessa cosa che avevo scritto proprio prima al mio primario, cioè che è assolutamente ingiusta la distribuzione delle forze in questo momento e che ero disponibile ad essere mandato dovunque lui volesse. Però nessuno ci ha detto di andare altrove perché fa lustro essere in tanti. Purtroppo questo influenza moltissimo l’evoluzione della malattia: essere mandati in un ospedaletto dove non c’è nemmeno la rianimazione vuol dire passarsela molto peggio che nell’Ospedale Sacco, dove si possono avere le nuove terapie sperimentali e tanto altro. Per il resto, da un punto di vista strettamente scientifico, incominciamo a capirne qualcosa di più da quando – ahimè – la malattia è arrivata in Europa, però adesso di farmaci risolutivi non ne abbiamo. Cominciamo a capire un po’ meglio l’approccio rianimatorio anche se, come vedete dai numeri, è ancora ampliamente insufficiente. L’unica cosa che posso dirvi è che, a livello umano, con un mio collega mi è capitato almeno di vedere calare la maschera. In un momento di crisi durante una notte di guardia mi ha chiesto aiuto e gli ho proposto di pregare insieme che il risultato (del tampone, ndr) che stava aspettando fosse positivo. All’inizio mi ha trattato con sufficienza, poi, quando è arrivato il risultato positivo, mi ha chiamato felicissimo e mi stava già dando una risposta scientifica, allora l’ho fermato e gli ho detto: “Prima di darmi la tua risposta, pensa a questo: nella mia vita è la prima volta che prego per te”. Allora è scoppiato a piangere e per un momento mi ha raccontato di sé. Poi ognuno è chiamato ad essere sincero e leale con quello che gli succede nella vita, l’importante è che una volta nella vita gli succeda.

L’episodio che ti è rimasto più impresso di tutto questo periodo? 

Uno è quello de Il Foglio per tutte le amicizie nate che continuano, ad esempio con la nipote di una signora morta da noi (all’Ospedale Sacco, ndr) che mi ha chiamato dicendo di aver perso poco prima l’altra nonna a Crema, allora le ho detto che avrei pregato per lei. La ragazza mi ha detto che l’avremmo fatto insieme e ora ci sentiamo tutti i giorni. 

Un altro episodio bellissimo è capitato con la barista dell’università di fianco a noi che, più di una volta, mi ha offerto il pranzo per i malati. Lei però non è la padrona del bar, quindi di tasca sua ha tirato fuori dei soldi perché io potessi portare ai pazienti dei piatti caldi un po’ sfiziosi. Uno di questi, infatti, mi aveva detto: “Caspita, due lasagne con il ragù ci starebbero proprio bene”, allora mi sono attivato per fargliele avere. Sono finito al bar dell’università, lei ha fatto di tutto e, quando le ho chiesto di pagare, mi ha risposto: “Vuole scherzare? È il minimo che posso fare per questa povera gente”. Il bar ha dovuto chiudere, però anche con lei ci sentiamo. 

Non sono tanto i singoli episodi a valere, quanto la bellezza e la speranza che tutto questo rimanga e costruisca, cioè che ognuna di queste cose non passi. Per fortuna non è grazie a noi che non passa, a noi però e chiesto di non dimenticarcene. 

Dopo la pubblicazione della lettera hai ricevuto qualche chiamata?

Lasciamo perdere. Una volta un mio collega mi ha detto: “Hanno telefonato da Varese News perché volevano sapere se possono pubblicare la lettera su Frate Indovino”. Ho detto: “Frate Indovino? Ma me lo ricordavo soltanto come un calendario”. E invece probabilmente c’è un almanacco, un sito che ha preso direttamente la lettera da Il Foglio e l’ha pubblicata. Un’altra volta mi ha chiamato un responsabile dell’Asl di Pavia, che non conosco assolutamente, per chiedermi se poteva pubblicarla e farla girare.  

Sono stato felice di questo, ho detto ai miei pazienti: “Cancellate pure il mio nome, ma fatelo girare”. Sono stato felice che un bel po’ di gente mi abbia detto: “Mi rendo conto che nella vita devo ringraziare” perché era proprio questo che desideravo, cioè che qualcuno smettesse di guardare a quello che gli manca e cominciasse a fare l’esperienza di essere una creatura. Perché, insomma, l’abbraccio del Creatore è l’esperienza più bella che possiamo fare e porta ad accorgersi che pure il respiro che abbiamo è una grazia, un qualcosa che ci scuote tutte le fibre. Allora io dico che, per avere una coscienza così, uno deve avere la coscienza di sé come eterno. Non per dover rimandare tutto ad un aldilà, ma se uno si sveglia la mattina e ha la coscienza di sé come eterno, vuol dire che ha la coscienza di sé come amato e questa è la cosa più bella che ci possa essere nella vita.  

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