Parlare a mondi diversi: Cina e Europa fra Covid-19 e non solo

Padre Bernardo Cervellera è un missionario del PIME nonché direttore della testata giornalistica Asia News che, nata nel 1986, si occupa delle vicende politiche, sociali ed economiche asiatiche e mediorentiali con un particolare interesse per la situazione delle Chiese in questi territori. Abbiamo colto l’occasione per conoscerlo e porgli qualche domanda riguardo la situazione creata dal Covid-19 ma non solo.

La prima domanda che vorremmo farle è se, a livello di percezione, nota una differenza su come stiamo vivendo in Europa la situazione creata dalla pandemia rispetto all’Asia.

Devo dire che possiamo riscontrare un cliché abbastanza simile: la gente ha paura e i governi cercano di applicare l’isolamento per limitare quanto più possibile i contatti. Però, mentre in Europa abbiamo strutture sanitarie di buon livello e forse un senso civico maggiore, la situazione sociale e sanitaria in paesi come India e Pakistan è preoccupante. La sanità è solo per i ricchi ed è assente ogni tipo di rete sociale che potrebbe aiutare e sostenere la gente povera, che di fatto non si ferma. Detto questo è un blocco che preoccupa, soprattutto a livello economico.

A proposito di blocco, cosa ne sarà della rivendicazione democratica portata avanti dalla popolazione di Hong Kong?

Adesso fa molta fatica ad esprimersi: ci sono stati tentativi di manifestazioni, ma sono stati stroncati a causa delle nuove norme restrittive. Tuttavia, la crisi innescata dal coronavirus ha aumentato ancora di più la diffidenza verso la Cina, accusata di aver coperto per quasi un mese e mezzo l’epidemia. Quanto questo aiuti la richiesta di Hong Kong è difficile dirlo, c’è da dire che anche il governo cinese si trova in un momento rischioso. Il virus ha creato un’ondata di crisi economica e la situazione in Cina è spaventosa. Secondo alcuni studi circa 63 milioni di piccole e medie imprese chiuderanno. È una crisi che riguarda soprattutto l’export cinese: se l’Europa è impegnata col Covid non importerà di certo prodotti cinesi. I possibili scenari sono due: o il governo scricchiola così tanto da provocare un cambiamento della leadership, oppure si rafforza la dittatura. La mossa che ha fatto Xi JinPing, di mettere come responsabile dell’ufficio dei rapporti fra Cina e Hong Kong Xia Baolong, suo ex segretario dal pugno di ferro che portò avanti la distruzione della chiesa sotterranea nella provincia dello Zhejiang, va di fatto in questa seconda direzione.

Proprio quest’anno è saltato agli occhi della cronaca l’incontro fra la diplomazia vaticana e i rappresentanti cinesi. È un evento sovrastimato o importante?

È un incontro che ha portato a un accordo ma questo accordo provvisorio nessuno lo conosce, non si hanno notizie certe e non se ne capisce bene il contenuto. Con questo accordo il Papa dovrebbe avere l’ultima parola sulle nomine dei vescovi cinesi e il fatto che egli venga inserito dentro tale percorso è cosa nuova. Infatti, fino all’accordo, i nuovi vescovi venivano eletti dal consiglio dei vescovi cinesi e così fin dal ’57 con la costituzione della Chiesa patriottica da parte di Mao. Ora, quanto questa novità sia reale è un altro conto. Non sappiamo se con ultima parola si intenda una benedizione (ovvero il Papa semplicemente accetta la nuova nomina) oppure se egli abbia effettivamente potere di veto. Di fatto però il ministero degli affari religiosi cinese ha sfruttato questo inizio di dialogo per controllare ancora di più la Chiesa. Rimane proibito evangelizzare i giovani o qualsiasi altro gesto, hanno sgominato la Chiesa sotterranea e ridotto molti vescovi agli arresti domiciliari. Emblematico è il fatto che da quando è stato firmato l’accordo non ci sono state altre ordinazioni…

Tornando all’argomento Covid, in Italia o in Spagna l’aiuto arrivato dal governo cinese viene elogiato a mezzo stampa. Corriamo davvero il rischio, attraverso i media, di assumere una posizione solamente positiva verso la Cina? Oppure tale posizione è finalizzata a mantenere i rapporti a livello diplomatico, economico? L’Europa sembra divisa anche su questo…

Bisognerebbe chiederlo ai nostri politici, esercizio ora quantomeno difficile (ride n.d.r). Per rispondere cerco di guardare le cose innanzitutto dal punto di vista della Cina: da tempo essa vuole mostrarsi come il vero modello di società e scalzare gli Stati Uniti come prima potenza economica mondiale. Quindi il coronavirus non ci voleva, da un certo punto di vista, poiché mette in luce tutte le fragilità del Paese. Quindi adesso si sta portando avanti una campagna propagandistica, nonostante questa crisi abbia generato moltissime critiche al governo e al partito. Per esempio, quando è morto Li, il dottore che aveva già denunciato in dicembre la presenza del virus, oltre 600 milioni di persone hanno parlato di lui come di un martire della libertà e molti intellettuali sono intervenuti. Quindi il governo si sente fragile e cerca di far passare nel mondo l’immagine di una nazione vittima e allo stesso tempo vincitrice sul virus. E questo si realizza inviando in Europa personale medico, mascherine e cure. Ma attenzione, il piano su cui si gioca la partita è quello di un confronto fra un modello autoritario e i sistemi democratici. Chissà se la democrazia, oggi in balia del virus, ha ancora qualcosa da dire!

In particolare, che posizione sta prendendo l’Italia nei confronti della Cina, a giudicare dalle mosse che sta facendo e dal modo in cui si sta ponendo? Tale posizione è da prendere seriamente oppure è da considerarsi poco ragionata?

Sono dei passi preoccupanti, ma questo non solo perché il Paese accoglie i doni della Cina. La mossa preoccupante dell’Italia è stata quella di rompere il fronte europeo sottoscrivendo il memorandum of Understanding (accordo bilaterale in cui si esprime una comune linea d’azione n.d.r) sulla nuova via della seta con la Cina. Tutti gli stati europei erano d’accordo sul non firmare finché la Cina non avesse fatto passi onesti, ovvero chiarificare l’assegnazione degli appalti e dei finanziamenti, che finivano per essere destinati solo a ditte cinesi. Con la firma dell’accordo l’Italia ha indebolito la posizione europea diventando canale preferenziale per l’entrata della Cina in Europa. Adesso quello che stiamo vedendo è una conseguenza di questo fatto: la Cina sta costruendo una nuova via della seta basata sulla sanità, proponendo a tutti i Paesi con cui ha già un memorandum of understanding l’aiuto contro il Covid-19. Quindi sta aiutando l’Italia così come la Spagna, l’Ungheria e il Pakistan. Purtroppo, intanto, c’è troppa debolezza nell’unità dell’Unione Europea. Io, pur essendo critico verso la Cina, non è che sia un fan degli Stati Uniti. Anche gli USA hanno un disegno egemonico sul mondo. Sarebbe bello trovare una terza via, la via europea che si sta rivelando ancora fragilissima. Probabilmente toccherà a voi, quando diventerete grandi, questa sfida.

Asia News si occupa della Cina e di Paesi che culturalmente sono molto diversidal nostro, per cui, nel momento in cui parlate di quel mondo, che difficoltà riscontrate? Quali sono le difficoltà nel parlare di mondi così distanti? Come le affrontate nel parlare delle Chiese di Oriente e di problemi culturali?

Sono domande interessanti ma anche molto complesse, provo a rispondervi. Da una parte prendiamo le esperienze dell’Asia e le comunichiamo all’Occidente, e dall’altra prendiamo le esperienze della Chiesa, come i discorsi del Papa, e le traduciamo in cinese e nelle lingue dell’Oriente. Questa cosa è possibile per due motivi. Il primo è che alla fine, al di là della diversità religiosa, c’è un sottofondo umano che viene sempre risvegliato ed è simile in tutte le culture. Con questo intendo la ricerca di un senso della vita e della morte, il tentativo di continuare la vita del mondo attraverso i figli e dunque la generazione, il desiderio di plasmare una società in cui l’Io sia felice insieme alla famiglia. C’è un sottofondo che permette allora la possibilità di dialogo, non la garantisce sempre, ma è la base di fiducia da cui partiamo per comunicare. Per cui un’esperienza che sembra lontana dalla nostra mentalità occidentale può richiamare qualche cosa e così il contrario.

Il secondo aspetto è che le culture sono sempre diverse, dunque noi dobbiamo sempre spiegare il retroterra culturale che sta dietro a ciò che comunichiamo, non possiamo dare per scontato nulla. Questo è necessario sia perché siamo di fronte a una cultura diversa sia perché l’Asia non è molto conosciuta. È un’indicazione che vale ancor di più per chi lavora con noi: non basta saper scrivere bene, ma occorre conoscere, visitare o aver vissuto personalmente in quei luoghi. Tutta la comunicazione e il dialogo di cui parlavo sopra, infatti, passano anche attraverso molti corrispondenti. Tra questi, molti sono anche missionari ed entrano a far parte di due culture diverse, la loro cultura originaria e quella di destinazione, e quindi sono un tramite molto efficace per far dialogare queste due culture.

Una domanda un po’ più personale, visto che con i Fondi di caffè abbiamo sempre voluto conoscere le persone con cui parliamo. Cosa significa per lei essere prete e giornalista?

Per molto tempo ho avuto il problema “ma io sono prete oppure giornalista?”. Diciamo che come storia io ho fatto il giornalista perché sono diventato missionario. Non ho mai scelto di fare il giornalista, mi è stato chiesto come missione. Lo sono diventato per obbedienza e mi riesce abbastanza bene, grazie a Dio. Questo come prima cosa ha significato che il giornalismo può essere uno strumento di diffusione dell’annuncio cristiano. Siccome ci interessa l’essere umano e la persona umana, con le domande che ha e le risposte che cerca di darsi nelle diverse culture asiatiche, allora interessa anche quello che la Chiesa asiatica risponde a quest’uomo. Per cui il nostro giornalismo è missionario, non perché parla semplicemente dei missionari, ma perché cerca di comprendere le domande che muovono le persone in Asia e cerca di trovare le risposte attraverso un dialogo con le Chiese d’Asia. Un altro elemento del mio giornalismo è che mi permette di avere un’esperienza più universale e questo è un compimento in qualche modo della mia vocazione missionaria. Perché missionaria vuole dire anche universale. Diciamo che spesso i cattolici, pur essendo cattolici cioè universali, sono un po’ chiusi nel loro ghetto, nella loro cultura, nel loro gruppo di amici, nel loro ambiente. Non si rendono conto della potenza che ha il vangelo e che è capace di trasformare le culture. Questa cosa, attraverso i miei viaggi, i contatti, i rapporti, l’amicizia e questi pochi anni passati da me in Cina (sette anni n.d.r), è una cosa che è stato possibile vedere e che mi conforta tantissimo.

di Ida Pia Tarantini, Pietro Ciocca, Ludovico Radicchi

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