Verrà la morte e avrà… tutto

Lei è poeta e si definisce paesologo. Partirei con il primo ambito. Quello del poeta è forse – contrariamente a quanto si dice – il mestiere più antico del mondo. Succede che Bill Gates, intervistato da Fazio, alla domanda “in futuro ci sarà più bisogno di tecnici o di filosofi, saggi (poeti)?”, risponde: “Preferisco una cura per l’Aids”. Oggi i molti medici del reparto HIV passano a quello Covid-19. Allora viene da chiedersi che senso ha fare il poeta nel 2020?

Intanto bisogna capire che il mondo non può andare avanti solo con la tecnica e con la scienza. Questa è la prova che non riusciamo a controllare il mondo e ad assicurare a tutti una vita felice. Il mondo è ancora pieno di disuguaglianze. Noi vorremmo poter misurare, prevedere e calcolare tutto. La nostra cultura, quindi la nostra politica e il nostro immaginario, sono dominati dalla tecnica. Ma un nuovo elemento come il virus ci ricorda che siamo immersi nel mistero. Un imprevisto può irrompere nel quadro e sconvolgere il paesaggio. La poesia è una forma di educazione all’imprevedibilità e al mistero.

Nelle scorse settimane si è consumato per molti di noi studenti un vero e proprio ritorno alle origini. All’inizio dell’emergenza Covid, in massa siamo tornati al punto di partenza, alle nostre terre. Abbiamo lasciato un’università molto cambiata, lontana dalla tradizionale rappresentazione ‘68ina. Ora l’organismo universitario è improntato ad un efficientismo fatto di regole, scadenze, voti e performance. Sono più rarefatte le associazioni, le iniziative comuni e la politica. Le ideologie (di tutti i colori) non sono ancora state smaltite e difficilmente si viene fuori come individui. Il guaio è che ci si ritrova in genere più soli. Lei lo chiama “egoismo-corale”.

Non mi è piaciuta la reazione dei ragazzi dell’università. In altri tempi avrebbero sollevato questioni, avrebbero parlato di stato di polizia, avrebbero fatto delle osservazioni sulle misure adottate dallo stato. Gli studenti vedono togliersi spazi. La vittima non reagisce: c’è una forma di conformismo. Poi, la criminalizzazione degli studenti che tornano giù, da Milano a Barletta, come se fossero untori. Il virus in Cina già c’era. Lo stato si è fatto trovare impreparato – penso alle misure di sicurezza negli ospedali dove si viene contagiati, alla carenza di mascherine e ventilatori – e li ha colpevolizzati, spostando parte della responsabilità sui cittadini. Non si può essere denunciati per stare soli al centro di una piazza deserta, magari a fare quattro passi.

Quindi stavolta ha vinto l’“egoismo-corale”?

Ha vinto la pulsione del delegare. Rinunciare a spazi di libertà in nome della “responsabilità”.

Ultimamente ha fatto sentire la sua voce (la lettera al Presidente del Consiglio sul Corriere n.d.r.) riguardo la sinergia che vorrebbe tra poesia e politica. I poeti italiani hanno sempre avuto un rapporto travagliato con la politica e il potere. Quale dovrebbe essere la relazione tra il poeta e la politica oggi?

Sono due latitanti. La poesia e i poeti italiani sembrano mediamente molto distratti. Non credo stiano dando una grande risposta. A parte un po’ di narcisismo esibito da chi mette in giro i propri testi ma non è in prima linea. Per quanto riguarda la politica, i provvedimenti sono giusti, cosa ci sarebbe da fare altrimenti? Mi sembra ci sia una carenza di educazione sentimentale. Ci troviamo davanti a persone che non hanno il sentimento della morte. Si chiama Coronavirus ma ciò che ha fatto irruzione nelle nostre vite si chiama morte. Si moriva anche prima ma adesso c’è la morte come nostro interlocutore. E per parlare con lei ci vogliono grandi poeti, filosofi, antropologi. Non è un discorso che possono fare i governanti. Quando il mondo era più tranquillo questa gente aveva un senso ma ora che c’è un’emergenza ci vogliono spiriti grandi. Non basta la mediocrità.

Lei da tempo ci parla di un rapporto tra noi e le nostre radici. I decaloghi che ha stilato su Il Fatto Quotidiano e poi su La Repubblica, per noi sono una fase due dopo il “rimpatrio”. Come si fa a mantenere le proprie radici senza diventare provinciali?

La globalizzazione fa un sacco di danni. Ma dall’altro lato ce ne vorrebbe di più. Pensiamo alle nazioni che dovrebbero essere più connesse come Francia, Germania, U.S.A. ecc., e che a febbraio non hanno tentato uno straccio di accordo. È come avere un incendio a 100 metri da casa tua, un condominio pieno di tedeschi, americani, italiani ecc. Ognuno però pensa a sé, Trump alla sua rielezione, Renzi a come far cadere il governo… Quando l’incendio è arrivato nel nostro condominio-mondo, ognuno ha risposto per sé in maniera bassa. Manca quell’altezza che la nostra democrazia, ora malata, non riesce a garantirci. Aldilà del colore politico, si tratta di stupidità. Per salvare le proprie radici bisogna combattere contro un mondo che va contestato. Questa autenticità non te la regala nessuno. Le radici – se ce le hai – te le devi proteggere tu.

Nel suo ultimo libro tocca diverse volte un tema cocente: la pornografia. Dice: “Il sesso non frequenta i quartieri a luci rosse, è una cosa in cui s’inciampa/anche se abbiamo la sciarpa e il cappotto” e poi: “La pornografia cresce quando cadono i giochi amorosi tra gli uomini e le donne”. Grandissimo il “Manifesto delle intimità provvisorie”. D.F.Wallace scrisse in un suo reportage sull’industria a luci rosse (Considera l’aragosta n.d.r) di un insolito consumatore, un ispettore di polizia di Los Angeles, “sessantenne, felicemente sposato, nonno […] patito dell’hard-core. […] Ad incuriosirlo,” dice, “erano le facce nel momento del coito. – È come se rivelassero la loro umanità -”. “Dal momento che nei film porno la realtà è permeata dal sesso,” la nostra che ne fa ampiamente uso, risulta fortemente erotizzata. Insomma, la cosa è sotto gli occhi di tutti (in tutti i sensi n.d.r.).

In questi giorni è ancora più utilizzata, considerato che gli incontri fisici sono aboliti. La rete è per lo più fatta di pornografia, l’80% dei click sono fatti per vedere parti intime. Bisogna prenderne atto. Ci sono i siti d’informazione, di poesia, ma rimangono marginali. Non se ne parla perché il nostro mondo è intimamente pornografico. La pornografia non è un’alterità. L’esposizione dei corpi è solo la “manovalanza”, la parte visibile del meccanismo del mondo capitalista che è pornografico, cioè senz’anima. Contestare la pornografia significa contestare tutto alla radice, e questo non interessa a nessuno. E questa stonatura non viene neanche colta… Tra l’altro con il Coronavirus succedono cose come a quella coppia nel napoletano che stava appartata in macchina senza dare fastidio a nessuno e che è stata denunciata non per “atti osceni in luogo pubblico” ma per “pratica pericolosa”. Sembra di stare sotto il Grande Fratello. Io devo poter baciare la mia donna. Non siamo in guerra, si tratta di una malattia che va sconfitta negli ospedali – dove si entra con un femore rotto e si esce contagiato -. Non mi si può denunciare perché faccio l’amore. La pornografia ha libero accesso, l’amore no. Il nostro mondo è profondamente senz’anima. Perché non li chiudono questi siti?

In America ne fanno una questione di diritti fondamentali. Abolirla è porre un limite alla libertà (?)

Ma la sessualità è un’altra cosa. Così si riducono gli spazi alle “intimità provvisorie”. Il desiderio è sovversivo. Sono discorsi che si facevano negli anni ’70, ora seppelliti. La gente si separa ma nel 2020 non viene messo in discussione la solidità del legame, della fedeltà. Poi un marito infelice si sa dove va…

Nel suo ultimo libro sulla morte dice: “Un mondo che smette/di pensare ai morti/è pornografia.” Ultimamente sta cercando di farsi sentire sulla questione dei morti di questi giorni, per coronavirus o meno.

La morte è più erotica della pornografia. Primo perché dà un bacio, poi perché siamo mortali. Abbiamo la precarietà del vivere, come diceva Paolo Conte, “la sensualità delle vite disperate”. C’è questo gioco di eros e thanatos. La pornografia, invece, non è un nemico della morte ma un suo allegato. Noi per combattere la morte oggi dovremmo stare vicino ai morti. Questa rimozione dei funerali che passa inosservata, sì, era inevitabile. Ma cosa ci costa prendere iniziativa, fare delle cerimonie alternative, un minuto di silenzio dopo la conferenza stampa delle 18? Il fatto che nella testa di un governante non passi questa esigenza è il segno della pornografia. Li rende dei funzionari della tecnica. Anche nel mondo del giornalismo trovo una pochezza sconcertante. Questo significa che non si ha accesso alla dimensione del sacro. Se muore anche la morte è finita. Per il resto io sono come un uccello, canto finché posso.

di Paolo Colucci

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