Pavese allo specchio

Ma vivere è davvero un mestiere?

«Non parole. Un gesto. Non scriverò più»

Con queste tre frasi, intervallate da punti che pesano come macigni, si concludono “Il mestiere di vivere” e la vita di Cesare Pavese. Siamo a Torino, Hotel Roma ed è il 27 agosto 1950. La carriera di Pavese era all’apice del successo (“del mio mestiere dunque sono re” scrive il 17 agosto 1950): fresco vincitore del Premio Strega, era stato riconosciuto come il migliore della sua generazione e aveva pubblicato il suo romanzo più compiuto, “La luna e i falò”. Eppure, leggendo le ultime pagine del Mestiere di vivere, il suo diario intimo, si scopre che quando la parabola del successo raggiunge il vertice, la delusione e l’insoddisfazione dell’uomo si acuiscono, mentre la speranza e una possibilità di salvezza si fanno sempre più lontane. A favorire questo lento e implacabile decadere l’ennesima delusione amorosa, che pone fine alla frequentazione con l’attrice Constance Dowling, con cui finalmente Pavese era certo di poter raggiungere l’agognata maturità e mettere radici.

Mi correggo, quelle pagine che rimandano allo Zibaldone leopardiano, modello alluso che sottostà a tutta l’opera, non sono un diario intimistico, ma un vero e proprio esame di coscienza nell’accezione religiosa del termine, in cui Pavese fa i conti con sé stesso. È il suo io davanti allo specchio, che attraverso un’analisi cruda, amara, che non fa sconti nell’accidentato percorso verso la compiutezza come uomo e scrittore, cerca di presentare un personale mestiere di vivere. Ma vivere è davvero un mestiere, inteso come ricerca di una forma e uno stile, oppure è altro? Se guardiamo bene, l’ultima volontà di Pavese è quella di non scrivere più, come se la sua esistenza fosse ormai congiunta all’atto di scrivere, ovvero il suo mestiere. Ma è proprio quando egli si identifica con il suo lavoro che il suo io lacerato grida più forte e disperato. Evidentemente il successo di pubblico non bastava a colmare le ferite che tormentavano il cuore, e rivelava anzi il fallimento di un ideale fatto coincidere con mondanità e popolarità, ma che si alimentava e consisteva in altro. «C’è una cosa più triste che fallire i propri ideali: esserci riusciti»

L’ideale della maturità («ripeness is all») non è altro che il riconoscere l’impossibilità di darsi la felicità da soli e l’affidarsi a «una presenza che non falla – Dio» (1939). È l’accettare che si diventa uomini solo in rapporto con un altro, con un tu. Scrive infatti Pavese: «Forse è solo un’illusione: si sta benissimo soli la maggior parte del tempo. Piace di tanto in tanto avere un otre in cui versarsi e poi bervi sé stessi: dato che dagli altri chiediamo ciò che abbiamo già in noi. Mistero perché non ci basti scrutare e bere in noi e ci occorra riavere noi dagli altri» (1939). L’intuizione di Pavese è che l’uomo è bisogno di socialità, è rapporto strutturale con un tu che ci ridona noi stessi. Quello contro cui egli combatte è la solitudine che sente emergere pur nella fama e nella frequentazione dei salotti borghesi, di cui in fondo desidera partecipare ma che scopre infine essere inconsistenti. La solitudine rappresenta la massima sventura e il problema della vita è trovare il modo di romperla per comunicare con gli altri. E cosa se non l’amore può essere in grado di vincere la solitudine? Purtroppo, i rapporti amorosi di Pavese saranno le esperienze più dolorose della sua vita. Il desiderio di amare finisce col diventare desiderio di possedere la donna e il conseguente fallimento lo porta a considerarsi meschino, un non-uomo poiché «Un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla» (1948). La promessa di infinito nel rapporto con la donna amata cade di fronte all’arida ricerca di un’infinità di piaceri. E la rabbia e la misoginia così evidenti fra le pagine del Mestiere di vivere non sono altro che una coperta troppo corta con cui l’autore cerca di coprire il suo bisogno di essere amato e la sua incapacità nel farlo. Non c’è pietà, dunque, nel suo rivolgersi allo specchio.

La chiave del suo scavare dentro sé stesso forse è proprio qui. Le domande che Pavese pone, le pone solo al suo io e le risposte date derivano dalla sua costante opera di razionalizzazione del tutto. Ma le domande più vitali probabilmente furono quelle a cui non era facile rispondere. «Com’è grande il pensiero che veramente nulla a noi è dovuto. Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?» (novembre 1945). La promessa di felicità, lo sforzo verso la maturità si risolvono nell’attesa, connaturata all’uomo. O ancora, nell’ultima pagina, pochi giorni prima di suicidarsi scriveva: «La cosa più segretamente temuta accade sempre. Scrivo: o Tu, abbi pietà. E poi?» (agosto 1950). Ritorna quel tu, che ricorda il «A Te raccomando l’anima mia» del Barabba di Lagerkvist (Premio Nobel per la letteratura ndr), un tu a cui entrambi non danno nome, ma che rivela un rapporto col Mistero sempre presente nella produzione pavesiana. 

«Val la pena che il sole si levi dal mare e la lunga giornata cominci?»

Contenuta nello “Steddazzu” in Lavorare stanca, questa è la domanda decisiva che può riassumere l’esistenza di Pavese e che invita ognuno di noi a rispondere.

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