Giustizia e mito

“La tragedia è tutt’altra cosa da un dibattito giuridico, ma (…) prende a oggetto l’uomo che vive di persona questo dibattito”. (Vernant e Vidal-Naquet)

Perché due giuristi si trovano a riflettere su Edipo re e Antigone per interrogarli con le domande del presente? E’ la domanda guida di Giustizia e mito, un dialogo tra Marta Cartabia, Presidente della Corte costituzionale, e Luciano Violante, magistrato e parlamentare, Presidente della Camera dei Deputati (1996-2001).

Partiamo allora dal contenuto delle tragedie. Quando Edipo è re di Tebe, la città è attanagliata dalla peste che cesserà di mietere vittime solo dopo la scoperta dell’assassino di Laio, vecchio re di Tebe. Per svelare l’enigma, comincia una vera e propria indagine giudiziaria che lo porterà a trovare in se stesso l’origine del male, in quanto ha ucciso il padre e sposato la madre Giocasta. Una volta andato in esilio, gli succedono i figli gemelli Eteocle e Polinice, che regnano a turno un anno alla volta. Eteocle non vuole cedere il trono, allora attacca la città di Tebe e, nello scontro con Polinice, i due si danno reciprocamente la morte. Il nuovo governante Creonte ordina di lasciare insepolto Eteocle, traditore della patria, ma la sorella Antigone gli dà sepoltura, facendo prevalere gli affetti familiari sulle leggi della città.

Le tragedie di Sofocle in questione affrontano un unico problema politico, il buon governo della città, ma pongono due problemi giuridici diversi: Edipo deve cercare l’assassino di Laio e ricorre al metodo giudiziario per svelare l’enigma; nell’Antigone non c’è una verità da conoscere ma lo scontro tra due assoluti, il conflitto tra la legge umana di Creonte e la legge divina di Antigone.

L’attualità delle due tragedie emerge dalle riletture di cui sono state oggetto nel corso dei secoli, in particolare nel Novecento. L’immaginario collettivo è sempre rimasto affascinato dall’interpretazione psicanalitica che Freud diede di Edipo, eppure ne sono stati trascurati gli aspetti giuridici. Il nucleo tragico della vicenda sta nella natura ossimorica di Edipo, colpevole ma allo stesso tempo innocente. Edipo pecca di hybris non solo per aver ucciso il padre e sposato la madre, ma anche perché è disposto ad usare la violenza contro un servo per sapere la verità. Ecco che ci conduce sulla soglia del paradosso con cui ogni giurista è chiamato a misurarsi: la giustizia talvolta genera violenza e, anche se amministrata in modo impeccabile, i conti non tornano mai, né per le vittime né per i colpevoli. La giustizia sarà sempre imperfetta perché imperfetto è l’uomo.

La tragedia di Edipo è anche la tragedia di un difetto di conoscenza: non sa chi sono i suoi genitori, non conosce le sue origini e la sua vera identità. Eppure il difetto di conoscenza è di tutti i personaggi che lo circondano: ciascuno ha una conoscenza limitata rispetto a quello che accade e la ricostruzione degli eventi viene effettuata attraverso l’intreccio dei vari punti di vista, proprio come oggi nei processi giudiziari.

Anche l’Antigone è stata variamente interpretata, in quanto costituisce una metafora del conflitto tra il diritto nobile del singolo e il potere violento dello Stato. Celebri sono le rappresentazioni di Anouilh, Brecht ed Espriu nell’ottica di una critica ai totalitarismi, rispettivamente di Francia, Germania e Spagna. Eppure l’Antigone, più che la tragedia della ragazza che si sacrifica per un imperativo morale e parentale, si rivela la tragedia di Creonte, solo di fronte al figlio, ai cittadini e al coro. La dimensione pubblica della sua figura è messa in evidenza dalla solitudine, condizione ineluttabile dell’uomo al governo, e in questa solitudine si radica un aspetto della tragedia. Creonte è un governante responsabile e non può permettere che le leggi della città vengano violate. In modo geniale Sofocle mette in campo il conflitto molto sentito nell’Atene del V secolo tra lex, prodotto della città-stato, e ius, legge non scritta fondata sui legami di sangue: dal punto di vista del diritto, per così dire, Antigone rappresenta il passato e Creonte il futuro. Tale dinamica degli opposti sottende ogni aspetto della tragedia e rivela come il conflitto non riguardi la sfera del diritto o dell’etica, ma sveli la fragilità del potere che nulla può di fronte a chi rifiuta ogni mediazione. È questa incomunicabilità di fondo che ha reso eterna la vicenda di Antigone e Creonte.

Se è vero che “un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire” (Italo Calvino), non ci resta che ripercorrere la strada dei due giuristi per interrogare queste storie antiche con le domande del presente e affrontare dilemmi che non conoscono tempo.

di Maria Teresa Ravaioli e Ida Pia Tarantino

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