Un pozzo di dolore o di speranza?

Testimonianza di Valeria Cadija

Abbiamo conosciuto Valeria Cadija, italiana musulmana madre di un attentatore islamico e studentessa nella nostra Università. La sua drammatica e umana storia ci ha commossi e stupiti.

Cosa ti ha permesso di non fermarti di fronte alla notizia di tuo figlio, morto da terrorista?

Il giorno dell’attentato non ho saputo immediatamente che uno dei responsabili era mio figlio. Da tempo non avevo sue notizie, non rispondeva né a me né al padre in Marocco e aveva già tentato di partire per la Siria un anno prima, ma era stato fermato all’aeroporto di Bologna. Dopo il rilascio era riuscito a raggiungere Londra, dove era rimasto fino al giorno dell’attentato. In quel periodo, un suo amico mi aveva telefonato dicendo che mio figlio conosceva uno degli attentatori identificati: per questo motivo credevo che lui fosse in fuga e non rintracciabile. Due giorni dopo tramite la DIGOS  sono venuta a sapere che mio figlio era morto. In quel momento, in un modo che non mi riesco a spiegare, la terribile angoscia che avevo provato in assenza di sue notizie si è trasformata paradossalmente in fiducia, in una grande forza che già mi abitava nel profondo e che aveva solamente bisogno di essere incanalata. Non era rabbia, ma energia pulita, senza ancora un nome, che piano piano è diventata volontà di incontrare gli altri: dovevo solo capire come metterla a frutto. Per questo mi è sorto il desiderio di iscrivermi all’Università di Bologna, per studiare e approfondire la mia religione e capire cosa c’entrasse l’Islam con tutto quello che era accaduto.

Lei è italiana e femminista convinta. Come si è avvicinata e convertita all’Islam, considerata da alcuni una religione ostile alle donne?

È la storia di tutta una vita. Sono figlia del ‘68 e del ‘77,  cresciuta nell’adesione a ideologie molto radicali e con la speranza, se non la consapevolezza, di poter cambiare il mondo. Mi sono poi interessata alla spiritualità orientale, sempre alla ricerca profonda del mio io. Sono state esperienze di grande luce, una prima forma di incontro con il sacro, senza però riuscire a definirlo. In seguito, tramite mio marito ho incontrato l’Islam che non mi ha toccato più di tanto se non quando l’ho visto incarnato nelle persone semplici. Durante un viaggio nelle campagne del Marocco, infatti, ho conosciuto delle donne musulmane capaci di dare un senso totale alla vita, a me prima ignoto: attraverso il linguaggio quotidiano invocavano Dio continuamente, in modo che fosse presente nella vita di tutti i giorni. Per la mia esigenza di rigore, dopo la conversione ho abbracciato totalmente la fede islamica. Ogni tradizione e dottrina era diventata per me un modo per avvicinarmi a Dio, era questo il fine di tutto il rigore che mi imponevo.

In un primo momento non mi sono interessata a come l’Islam trattava le donne perché avevo scelto io di vivere in quel modo, ma dopo quello che è successo a mio figlio sono stata costretta a fare i conti con tutto l’Islam. Da qui si è sviluppato il discorso del femminismo islamico che è una cultura millenaria: se si legge il Corano la donna era riconosciuta come persona giuridica, capace di ricevere una dote e un’eredità, privilegi impensabili per la mentalità dell’epoca. Anche nel rapporto con mio marito non mi sono mai sentita inferiore: facevo le cose non per obbedire a lui ma a Dio, l’unico a cui mi sentissi sottomessa.  

Qual è la differenza fra la voglia di cambiare il mondo durante gli anni Settanta e quella che è sorta in te dopo la morte di tuo figlio?

Sono maturati la consapevolezza e il desiderio di incidere tramite una fede. Per molto tempo ho pensato che esistesse un Dio immanente, quasi panteistico. Ora credo in un Dio creatore che ha sempre tentato di venire incontro agli uomini, ma essi, non essendo molto intelligenti, spesso hanno frainteso, causando la nascita di religioni differenti.

A questo proposito vi racconto una storia. Ho incontrato a Rimini un sacerdote, don Vincenzo, tramite cui ho conosciuto l’opera dei monaci di Tibhirine; mi ha molto colpito la storia dell’amicizia tra uno dei monaci e un signore musulmano. Il monaco paragonava i loro discorsi su Dio all’atto di scavare un pozzo. Un giorno parlando lui chiede all’amico: “secondo te in questo pozzo cosa ci troviamo alla fine? L’acqua dei cristiani oppure l’acqua dei musulmani?” E l’altro gli risponde: “Ma ancora non l’hai capito? Ci troviamo l’acqua di Dio.” Da poco mi è capitato un fatto incredibile: un’amica di Rimini mi chiede se posso partecipare al Presepe vivente che ogni anno organizzano in prossimità del Natale, chiedendomi di interpretare la donna del pozzo. Mi è venuta la pelle d’oca: è stata un’emozione unica. Non c’è nessuna remora per me dentro a qualcosa di sacro perché più è sacro più è praticabile.

Hai parlato dell’energia come reazione al dolore. Potresti spiegare meglio l’origine di quella che hai descritto come serenità?

Questo forse accade quando tu accetti il volere di Dio: nel mio caso è avvenuto dopo il periodo terribile in cui non sapevo cosa stesse succedendo a mio figlio. Quest’estate  ho incontrato Franco Bonisoli, brigatista coinvolto nel sequestro e nell’assassinio di Moro. Parlando del fatto che mi sentivo in colpa per essere così energica e positiva nonostante l’accaduto, lui mi ha raccontato che aveva passato molti periodi nascosto dopo l’assassinio di Moro, senza farsi sentire per mesi. Sua madre aveva detto che in quei momenti avrebbe preferito sapere che era morto piuttosto che vivere nell’angoscia di non avere sue notizie. In quel momento ho pensato che se una madre può arrivare a dire questo, io non ero il mostro che credevo di essere. L’energia derivava dalla consapevolezza che dovevo fare qualcosa, dovevo reagire a quello che lui aveva fatto per non permettere che avvenisse di nuovo. Sono queste le cose che mi hanno aiutata a non essere sommersa dal dolore.

di Maria Teresa Ravaioli e Isabella Colliva

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