Perché abbiamo bisogno di poeti e scienziati

«Non ho difficoltà a immaginare un’antologia dei più bei frammenti della poesia mondiale in cui trovasse posto anche il teorema di Pitagora. (…) Lì c’è quella folgorazione che è connaturata alla grande poesia (…) e una grazia che non a tutti i poeti è stata concessa».

(W. Szymborska, Letture facoltative)

Chi crede che la cultura si ramifichi nettamente in umanistica e scientifica, come se il mondo si dividesse fra bianchi e neri, fa rivoltare nella tomba quei giganti della cultura italiana ed europea sulle cui spalle abbiamo camminato (almeno) negli anni della scuola. Primo fra tutti, Giacomo Leopardi.

Nel 1813, all’età di quindici anni, il poeta di Recanati pubblica un testo sulla storia dell’astronomia dall’antichità fino alla contemporaneità: sono gli anni dello studio «matto e disperatissimo» e la scienza, in particolare l’astronomia, costituisce il tramite per uscire da sé e spalancarsi all’infinità del mondo. Se Leopardi non avesse interiorizzato così profondamente il sapere scientifico del suo tempo, probabilmente il suo canto non avrebbe una cifra così inconfondibile e noi oggi, di fronte alla «silenziosa luna», non ci fermeremmo ad interrogarla come il pastore.

Anche Galileo Galilei, il padre della scienza moderna, risulta tra gli autori cardine della nostra letteratura per il suo Dialogo sopra i massimi sistemi, mentre nell’opera Il Saggiatore fissa la celebre metafora del mondo come libro della natura scritto in linguaggio matematico.

È evidente, dunque, che la grande letteratura ha fatto i conti con la scienza. Com’è possibile che la struttura dell’universo descritta nel Paradiso dantesco sia la stessa ipotizzata da Einstein nel 1917? Lo spiega magistralmente l’astrofisico Carlo Rovelli in Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza, una raccolta di articoli nei quali traccia un percorso personale tra scienza, letteratura, storia e attualità.

«Sentire una persona colta di oggi che scherza e quasi si vanta della sua ignoranza scientifica è altrettanto triste che sentire uno scienziato che si vanta di non aver mai letto una poesia».

La differenza tra poesia e scienza consiste indubbiamente nel linguaggio di cui esse si servono, tuttavia non sono che due facce di una stessa medaglia: lo stupore di fronte al mistero. Se non fosse per la meraviglia che il cielo o il dramma umano suscitano in noi, oggi non guarderemmo a Dante e Einstein come dei maestri e non ci lasceremmo guidare proprio da loro nella ricerca di un senso.

I poeti e gli scienziati sono uomini in sintonia con il mondo, che naufragano dolcemente di fronte a un paesaggio familiare, e sono loro a svelarci la complessità del reale attraverso un canto nuovo ed eterno.

di Ida Pia Tarantino

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *