Ponti di umanità

Le scuole ospedaliere sono una realtà che passa spesso in sordina. Pochi sono a conoscenza della loro esistenza, ma leggendo il Fact Sheet per l’a.s. 2017/18 dell’Ufficio Scolastico Regionale si scopre che in Emilia-Romagna l’insegnamento ai bambini ricoverati in ospedale risale agli inizi del Novecento. Nel 1939 a Bologna venne formalizzata la prima convenzione tra la clinica pediatrica “Gozzadini” e il Provveditorato agli Studi (Ufficio III – Rev. 08.05.2018).

Ad oggi la scuola che si occupa di offrire i servizi di istruzione secondaria di secondo grado presso le più importanti strutture ospedaliere della provincia di Bologna è l’I.I.S. “B. Scappi” di Castel San Pietro Terme che, con i suoi docenti, è presente presso gli Istituti Ortopedici Rizzoli, il Policlinico Sant’Orsola-Malpighi e il Montecatone Rehabilitation Institute di Imola.

Il servizio scolastico viene prestato prevalentemente ai pazienti lungodegenti, ma possono usufruirne anche ragazzi in regime di ricovero medio/breve. Tra le corsie dei reparti non suona la campanella a scandire il cambio dell’ora o ad annunciare l’anelato intervallo, le lezioni sono generalmente individuali e personalizzate e si svolgono ad orari flessibili, per potersi conciliare adeguatamente ai prioritari percorsi di cura dei ragazzi.

Noi abbiamo avuto l’occasione di conoscere la realtà scolastica del Policlinico Sant’Orsola e di incontrare alcuni dei docenti che ogni giorno cercano di spargere tra i corridoi dell’ospedale i semi delle discipline in cui si sono specializzati. Alcuni di loro ci hanno raccontato che inizialmente non era nei loro piani insegnare in un luogo diverso da una classe: «Sono arrivato nella scuola ospedale per caso, 11 anni fa. A dire il vero non conoscevo questa realtà. Ricordo l’estate in cui ottenni il trasferimento. La trascorsi con un po’ di ansia, perché mi chiedevo se fossi preparato per questa scuola e se i miei studi mi avrebbero aiutato». Ma quando abbiamo chiesto a questo stesso professore cosa lo abbia portato ad accettare la sfida a restare, ci ha risposto così: «Ci sono rimasto perché è una esperienza totale, che ti assorbe completamente. Se oggi dovessi trasferirmi in un’altra scuola penso che mi mancherebbe qualcosa. Ormai per me insegnare è insegnare nella scuola ospedale».

La cosa che più ci ha colpiti entrando in queste “aule” particolari è stato scoprire i rapporti tra gli insegnanti e gli studenti, non improntato al pietismo ma insieme professionale e umano. Dalla testimonianza di un docente emerge chiaramente che qui gli studenti vengono guardati in quanto tali e non come malati: «i ragazzi in ospedale hanno diritto allo studio. Ritengo che abbiano bisogno di essere trattati con rispetto e che la scuola debba essere seria. I nostri studenti non si sono mai sentiti favoriti, né ci tengono, nella valutazione di fine anno».

Dalle parole di un’altra insegnante è evidente che la possibilità che viene data qui ai ragazzi di continuare a frequentare la scuola non è semplicemente finalizzata a permettere loro di stare al passo coi programmi e a non perdere l’anno, ma ha lo scopo di mantenere un punto di normalità nelle loro vite, seppure dentro la difficile esperienza della malattia: «È relativo il fatto di fare loro scuola per non fargli perdere un anno. La cosa fondamentale penso sia quella di mantenere vivo qualcosa di diverso dalle cure, affinché i ragazzi non perdano sé stessi».

La scuola in ospedale è dunque molto più di un semplice strumento per non interrompere gli studi: è come un “ponte di realtà” che impedisce ai ragazzi di alienarsi e di identificarsi con la malattia. Ci sembra allora di poter definire i professori che abbiamo incontrato come i pilastri di questo ponte, modellati da un’umanità presente e non corrosi dal cinismo.

Ma come si fa a non diventare cinici in un luogo come l’ospedale? Una professoressa ci ha risposto così: «All’inizio stare davanti a tutto il male che incontravo qua è stato durissimo, poi ho imparato a gestirlo, ma senza farmi scivolare addosso la sofferenza. Se il dolore ti attraversa senza lasciare traccia sei cinico, se invece il dolore entra e sta in un punto dentro di te, allora può renderti più umano. Penso che senza questa umanità la mia professionalità, che pure è fondamentale, qui non terrebbe: io qua sono l’insegnante, ma ho la mia parte umana che deve uscire, proprio come accadrebbe in una classe “normale”. Anche lì ci vuole attenzione alle criticità dei ragazzi e bisogna saper cambiare i propri metodi di insegnamento per farsi seguire». L’elemento imprescindibile è dunque avere un paio di occhi umani e non solo in un luogo come l’ospedale, dove la malattia mette alle strette, ma anche al di fuori, tra i banchi di ogni liceo e istituto, o in qualunque altro luogo di lavoro in cui ci si trovi a spendere sé stessi.

Assistendo ad alcune delle lezioni che si svolgono al Sant’Orsola ci è sembrato proprio di vedere concretizzarsi questi “ponti di umanità” che, come una professoressa ha affermato, sono attraversati da carreggiate a doppio senso di marcia: «Dai miei studenti ho avuto molto più di quello che io ho dato loro ed è tutto un arricchimento umano. Grazie alla scuola in ospedale anche il lavoro per me è diventato un strumento per la realizzazione della mia persona».

di Giulia Minori e Lorenzo Petrangeli

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