Il vento come segno dell’Infinito: intervista a Davide Rondoni

Quest’anno si celebra il duecentesimo anniversario della composizione dell’Infinito di Leopardi, opera che segna la tradizione poetica italiana fino ai giorni nostri, i cui contenuti continuano ad essere occasioni di dibattito. Davide Rondoni, poeta, saggista e drammaturgo romagnolo ha ideato il progetto Infinito 200 e ha pubblicato recentemente per Fazi Editore E come il vento…, una rilettura e reinterpretazione della poesia leopardiana. Per questo abbiamo deciso di intervistarlo.

Al di là dell’anniversario perché è importante oggi leggere l’Infinito di Leopardi? Cosa ha ancora da offrirci?

La poesia di Leopardi ci ricorda che la nostra natura è indefinibile e come tale è legata solamente all’infinito come identità. Oggi tutti parlano di identità, questa è la risposta alla grande domanda di «cos’è l’io?» nella modernità. C’è una grande angoscia in giro perché tutte le identità che ci vengono proposte ci stanno strette. Sono tutte come giacche strette. Allora è tutto un «tu sei omosessuale», «tu sei eterosessuale»,«tu sei bianco», «tu sei nero», «tu sei giallo»… ma sono tutte identità troppo piccole rispetto alla vastità dell’io. Per questo l’io soffre e vive l’angoscia della coincidenza dell’identità con ciò che si fa. Che sia un atto di natura erotica o un atto di altra natura, tu sei quello che fai. Se questa coincidenza è vera, allora se fai un errore tu sei un errore. Ci si sente giudicati ed è impossibile discuterne: se dico che non mi piace la tua sciarpa e tu mi rispondi che quella sciarpa fa parte della tua identità, la mia osservazione sarà per te un’offesa. Allora non si può più discutere di niente: se ogni atto è identitario il confronto si annulla perché si recepisce come un’offesa ogni tentativo di dialogo.

Questa impossibilità di confronto a tuo parere è una deriva del politicamente corretto?

Più che una deriva, il politicamente corretto è una conseguenza di questo perché nel momento in cui tutto diventa identità, allora tutto si riduce al silenzio.

Le nostre nonne invece dicevano «si dice il peccato ma non il peccatore», quindi sugli atti si poteva discutere fino in fondo e questo non tangeva l’infinito valore del soggetto.

Nel momento in cui l’identità inizia a coincidere con ciò che si fa, questa sacralità del soggetto viene meno. L’Infinito di Leopardi è l’unica poesia che ci ricorda che la sola cosa che in qualche modo rispetta la natura dell’io è il suo rapporto con l’infinito.

Se ti chiedo «chi sei?», tu cominci a parlarmi delle tue relazioni e di ciò che fai. Ma di tutte queste relazioni quale dice di più chi sei? L’unica cosa che dice tutto di te è l’infinito. Con il progetto Infinito 200 voglio rimettere al centro questa idea: ne parlo nelle scuole, agli incontri e conferenze e dovunque io ne parli tutti rimangono stupiti, nessuno se lo aspetta più. Un poeta come Leopardi riporta in campo questo. È una boccata d’ossigeno.

Come è possibile vivere senza una possibilità di confronto con l’altro?

Oggi c’è tutta questa gran ansia: la parola che si usa di più è “staccare”, ma non lavoriamo tutti in miniera. La gente fa fatica a rischiare e a prendere posizioni, c’è un’aria di paura e di ansia a causa del giudizio altrui. Di conseguenza se tutto è identitario ogni momento di confronto è scontro, è solo guerra.

Nella tua analisi la paura del confronto si lega al lamento, che è lo sport preferito dalla gente oggi… Come evitare di lamentarsi? Cosa salva te dal lamento?

Il contrario del lamento non è farsi andare bene tutto, ma la letizia, cioè avere sempre un motivo di gioia. San Francesco spiega ai suoi frati la letizia dicendo che la puoi sperimentare quando alzandoti al mattino piove; decidi di uscire per andare al convento dei tuoi amici, ti bagni; arrivi e non ti aprono: in quel momento si può sperimentare la vera letizia. Ciò che ti rende più forte dello scontento è il valore di quell’amicizia che ti ha permesso di alzarti e uscire nonostante piovesse.

Diciamo che ho una relazione che mi rende sempre contento, per questo sopporto delle cose senza lamentarmi troppo. La portata di questo confronto offre anche una dose di realismo, perché il lamento, che è inutile, deriva in genere da una percezione sbagliata della realtà.

Perché il titolo del tuo libro riprende il verso E come il vento…?

Nell’Infinito è il vento che permette a Leopardi un cambio di prospettiva sulla realtà, non la sua finzione. L’idea è che l’Infinito ti può dare segni quotidianamente ed è l’attenzione ai segni che ti permette di avere un rapporto con l’infinito. Il passaggio che c’è in quel verso sottolinea che finché Leopardi prova ad immaginarsi l’infinito «si spaura»; poi accade il vento, è il segno che fa iniziare il «vo comparando», il confronto con la realtà. Difficilmente oggi si è capaci di prestare attenzione ai segni e la loro interpretazione non è immediata, ha bisogno sempre di drammaticità, libertà e impegno. Bisogna stare attenti a dove si guarda, a dove si tengono gli occhi.

di Giulia Sanguin e Maria Letizia Cilea

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