Il cuore pensante della baracca. Etty Hillesum

«Se sapessi quanto sono felice di poter esserci anch’io»

«Un ciaaao allegro» gridato dal vagone n. 12 è il saluto con cui l’ebrea Etty Hillesum (1914-1943), nel settembre 1943, ha detto addio ai suoi amici dal treno dei deportati per Auschwitz.

Nata in una famiglia borghese dell’Olanda, laureata in Giurisprudenza e in Lingue slave, a soli ventisette anni Etty va incontro alla morte pur essendo tra i privilegiati membri del Consiglio Ebraico, un’organizzazione che faceva da cuscinetto tra nazisti ed ebrei. Già nel 1942, dopo la prima grande retata ad Amsterdam, decide spontaneamente di andare nel campo di smistamento di Westerbork e lavorare presso l’ospedale locale, così da non sottrarsi al destino del suo popolo.

Cosa spinge una persona ad accettare la morte con letizia? È la domanda che guida la lettura del suo Diario, il racconto degli ultimi tre anni di vita in cui si fa strada, passo dopo passo, la scoperta che «la vita è davvero bella e degna di essere vissuta».

In quegli undici quaderni, affidati a un’amica per la pubblicazione, Etty scrive un “contro-dramma”: di fronte all’ingiustizia e al dramma della Shoah non si lascia divorare dall’odio, ma oppone una forza d’animo tanto radicale da poter guardare tutto con tenerezza: «quel pezzetto di brughiera recintato dal filo spinato», le «donne e ragazze che […] sognavano ad alta voce, o piangevano silenziosamente» e un soldato, «una delle tante uniformi [che] ha ora un volto».

A spronarla alla scrittura del diario è Julius Spier, il fondatore della psicochirologia di cui diventa assistente ed amante nonostante la grande differenza d’età. La gratitudine di Etty è legata al fatto che Spier, con la sua profondità e il suo amore, «ha dissotterato Dio dentro me e lo ha portato alla vita». Pronunciare il nome di Dio e inginocchiarsi in preghiera, dopo questo incontro, equivale a scavare nel proprio io interiore, a chiamarlo per nome.

Il dialogo con il suo io non ha nulla di narcisistico, anzi si pone come un gioco relazionale che le spalanca lo sguardo alla ricerca di Dio nel mondo e pone il fondamento per l’incontro con gli altri:

«Ma non per questo io mi rinchiudo nella mia stanza, Dio: continuo a guardare le cose in faccia e non voglio fuggire dinanzi a nulla, […] cerco ogni volta di rintracciare il nudo, piccolo essere umano che spesso è diventato irriconoscibile».

La libertà, dunque, non consiste nel salvarsi a tutti i costi da quel «campo di miseria urlante», ma nel guardare in faccia il dolore e la morte con un cuore che pensa, un cuore che cerca qualcosa di più della sopravvivenza quotidiana:

«E se anche mi trovassi in una cella sotterranea, quel pezzo di cielo si stenderebbe dentro di me e il mio cuore volerebbe a lui come un uccello, ed è per questo che tutto è così semplice, sai, straordinariamente semplice e bello e ricco di significato».

Su una cartolina lanciata dal treno in partenza e poi ritrovata da un contadino della brughiera c’è un ultimo scorcio della sua vita: «Abbiamo lasciato il campo cantando».
Era il 7 settembre 1943, era solo un «Arrivederci».

di Ida Pia Tarantino

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